Non è un gesto di difesa. È una smentita. Un “non qui, non oggi, figlio di puttana”. Non alzi il braccio per proteggerti. Lo scagli contro il colpo che arriva. Lo fai a pezzi. Lo uccidi prima che tocchi la tua carne.
Per capirla, devi dimenticare tutto. I dojo puliti, le cinture ordinate, le teorie. Pensa al vicolo. L’odore di spazzatura e cemento bagnato. Il lampo di un coltello che non è un fendente da film, è uno schizzo d’argento nella penombra. La tua scelta non è schivare. Non c’è spazio. La scelta è: il suo taglio, o il tuo osso. Tu scegli il tuo osso. Tu scegli di parare rompendogli il polso.
Nel Kyokushin, la parata è questo. Non è uno scudo. È un’ascia. Age Uke? Non alzi il braccio per “bloccare” un calcio alla testa. Affondi il gomito nel suo stinco. Lo fai a pezzi. Lo senti cedere, come un ramo secco. Soto Uke? Non devii un pugno. Spacchi il suo avambraccio con l’insistenza brutale di un piccone. Il suono è ovattato, cupo. È il suono di una leva che spezza.
Il tuo corpo impara prima della tua mente. L’istinto si forgia sotto i colpi. I lividi sono i tuoi primi maestri. Il dolore è l’unico seminario che conta. Impari che “parare” con la punta delle dita è un invito al cimitero. Parare con l’osso. Con l’angolo. Con tutto il peso della tua ossatura, messa lì come un masso sulla traiettoria della sua distruzione.
La tecnica pulita viene dopo. Molto dopo. Prima viene la sopravvivenza. La rabbia animale di non voler essere toccato. La parata perfetta non ferma l’attacco. Lo estingue. Lascia l’avversario con un arto che non obbedisce più, con un dubbio che gli rode le viscere: colpire quest’uomo mi costa troppo.
Ecco il segreto che non scrivono sui manuali: le parate più alte, quelle che proteggono la testa, non partono dalle braccia. Partono dalle palle. Una contrazione di paura e ferro. Un’energia che sale dalle viscere, lungo la colonna, ed esplode nella spalla. È adrenalina fatta geometria. È odio per la vulnerabilità trasformato in muro.
Nell’ultimo round, quando il respiro è vetro nei polmoni e la vista annebbiata di sudore e sangue, non pensi. La parata è lì. È un riflesso scavato a colpi di sacrificio. È l’animale che ha capito dove si uccide e dove si muore.
Allora, quando il suo calcio laterale arriva, come una spranga che oscilla, tu non “parli”. Agisci. Il tuo braccio non si alza. CADE. Come una ghigliottina. Incontra la sua gamba non per fermarla, ma per rivendicare un territorio. Il mio spazio. Il mio corpo. La mia integrità.
Il contatto è secco. Definitivo. Lui zoppicherà per una settimana. Tu avrai un nuovo livido da aggiungere alla collezione. Un altro segno sulla mappa della tua pelle che dice: qui, un predatore ha provato a mordere. E si è rotto i denti.
La parata non è difesa. È la prima, silenziosa, ferocissima dichiarazione di guerra. È dire, senza aprire bocca: “Provaci ancora. Ti spezzo l’altra”.
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