Il corpo mente. O forse la mente mente. O forse mentono entrambe, ma in direzioni opposte, e tu, povero praticante di Kyokushin, rimani in mezzo a guardare i pezzi che cadono. C'è una verità che nessun sensei racconta durante il kihon, nessun senpai sussurra durante il kumite, nessun video motivazionale su YouTube osa affrontare: il corpo si adatta al dolore molto più velocemente della mente. Molto. Così tanto che quando la ragione sta ancora arrancando per accettare la prossima botta, i muscoli hanno già imparato a incassare, le ossa si sono rinforzate, i nervi hanno abbassato la loro sensibilità come un termostato regolato al ribasso. Il problema è che questa adattabilità – meravigliosa, potentissima, tipica di un organismo pensato per sopravvivere nella savana e non sul tatami – diventa una trappola. Perché mentre il corpo impara a sopportare, la mente impara a dissociare. E la dissociazione, si sa, non è forza. È un buco nero dove finiscono la consapevolezza, il giudizio e, alla lunga, la salute mentale.
Proviamo a guardare i fatti. Nel Kyokushin tradizionale, un principiante che inizia a praticare i massimi sistemi – il combattimento pieno, senza protezioni, con i colpi consentiti alla testa solo in alcune varianti ma comunque durissimo – nel giro di sei mesi sviluppa una tolleranza al dolore che a un medico sembrerebbe patologica. Dove prima un calcio alle cosce lo faceva piangere, dopo qualche mese incassa la stessa botta e non arretra di un millimetro. Non perché sia diventato più forte: perché i suoi recettori del dolore si sono adattati. Il corpo ha imparato a dire al cervello: "questa sensazione non è un pericolo, è routine". E il cervello, fedele servitore, obbedisce. Spegne l'allarme. Abbassa la guardia. E il Kyokushin, che di questo meccanismo ha fatto la sua ragion d'essere, esulta: "Vedi? Il dolore si vince, lo spirito si rafforza, l'allievo cresce".
Peccato che la mente umana non sia fatta per funzionare a allarmi spenti. La mente è fatta per valutare i rischi, per calcolare le probabilità, per dire "fermati" quando il pericolo è reale. Ma se il corpo impara a ignorare il pericolo, la mente impara a ignorare se stessa. E lì, in quel corto circuito, succede il disastro. Perché alla prima botta seria – la costola che si spezza, il ginocchio che cede, il colpo alla testa che fa vedere le stelle anche a mezzogiorno – la mente dice "basta", ma il corpo, ormai abituato a non ascoltare, continua. E l'atleta continua. E si fa male sul serio. E torna ad allenarsi prima del dovuto. E si rifà male. E il ciclo si ripete, in discesa, fino a quando qualcuno – un medico, un genitore, un amico che gli vuole bene – non dice: "Smettila, ti stai distruggendo".
Il paradosso è che nel Kyokushin, spesso, questo scollamento viene celebrato come una virtù. "Non senti più il colpo? Sei diventato un guerriero." "Continui a combattere con la spalla lussata? Che spirito!" Ma lo spirito, in questi casi, non c'entra niente. C'entra un corpo che ha imparato a tradire la mente, e una mente che ha imparato a non fidarsi più di se stessa. Siamo onesti: quante carriere sportive sono finite non per mancanza di talento ma per una disconnessione totale tra ciò che il fisico segnalava e ciò che la testa decideva di ascoltare? Quanti atleti sono andati avanti per anni pensando di essere indistruttibili, solo per scoprire, troppo tardi, che lo erano solo sulla carta – e che la realtà, quella fatta di tessuti e neuroni, non gliel'aveva perdonata?
C'è un dato, poco noto, che dovrebbe far riflettere chiunque creda che l'adattamento del corpo sia sempre un vantaggio. Gli studi sulla neuroplasticità e il dolore cronico dimostrano che più a lungo il corpo viene esposto a stimoli dolorosi, più il cervello impara a processarli come "normali". Ma questa normalizzazione non è gratuita: costa in termini di risorse mentali, di capacità di attenzione, di regolazione emotiva. I soggetti con alta tolleranza al dolore sviluppata attraverso l'addestramento intensivo mostrano spesso punteggi più bassi nei test di consapevolezza interocettiva – cioè la capacità di percepire cosa sta succedendo dentro il proprio corpo. In parole povere: diventano bravissimi a ignorare, ma pagano il prezzo di non capire più cosa provano veramente. E questo, in un'arte marziale che si propone come percorso di conoscenza di sé, è un fallimento epocale.
Il Kyokushin che funziona, quello che non lascia cadaveri sulla strada, è quello dove l'adattamento del corpo è accompagnato da un adattamento della mente. Dove il dolore non viene rimosso, ma compreso. Dove l'atleta impara a distinguere tra "male che fa crescere" e "male che distrugge". Dove l'istruttore, invece di urlare "stringi i denti", chiede "come ti senti?" e aspetta una risposta onesta. Ma questo Kyokushin, lo sappiamo, è minoritario. Quello che prevale, nei dojo più duri e nelle federazioni più nostalgiche, è ancora il modello del guerriero che non si ferma mai, che non chiede mai pietà, che considera la resa una vergogna e la prudenza una vigliaccheria. Un modello che produce atleti fortissimi – per un po'. E poi produce ex-atleti con il corpo a pezzi e la mente che non sa più piangere.
Torniamo alla domanda iniziale: il corpo si adatta più velocemente della mente, o il contrario? La risposta, amara, è che si adattano entrambi, ma male. Il corpo impara a non sentire. La mente impara a non fidarsi. E nel mezzo, l'atleta – che vorrebbe solo migliorare, diventare più forte, magari vincere un torneo – si ritrova prigioniero di un meccanismo che non capisce più. È ancora coraggio, quello? O è solo il rumore di un organismo che ha smesso di ascoltare se stesso per non dover ammettere di avere paura? Forse, la prossima volta che vedremo un combattente incassare colpi senza battere ciglio, invece di applaudire dovremmo chiederci: quanto tempo manca prima che questo corpo tradisca quella mente, o quella mente tradisca questo corpo? Perché il tradimento, nel Kyokushin come nella vita, non è mai un evento. È un processo. E il processo, quando nessuno lo ferma, finisce sempre allo stesso modo: in pezzi.
Cesio Endrizzi
