Quella non è semplice agitazione. Quella è la paura vera del kumite.
Chi non ha mai combattuto pensa che la paura prima di un incontro sia una cosa uniforme – una specie di ansia generica, come prima di un esame o di un colloquio di lavoro. Sbaglia. Nel kumite Kyokushin, la paura è un prisma con molte facce, e ognuna di esse colpisce un punto diverso del tuo essere.
Ecco le quattro paure che ho imparato a riconoscere – e ad abbracciare – in quasi trent'anni di karate.
1. La paura del dolore fisico: la più onesta
Partiamo da quella che tutti conoscono, ma pochi sanno davvero nominare. Non è la paura di farsi male. È la paura di un tipo specifico di dolore – quello che sai già come sarà perché lo hai già provato mille volte in allenamento.
Nel Kyokushin, il dolore non è un incidente. È parte del metodo. Sai che un gedan mawashi geri (calcio basso circolare) ben piazzato non ti rompe l'osso, ma ti lascia una botta sorda che pulsa per giorni. Sai che un pugno al plesso solare ti toglie il fiato e per cinque secondi il mondo diventa nero. Sai che un hiza geri (ginocchiata) al quadricipite ti paralizza la gamba per il resto dell'incontro.
La paura del dolore fisico è onesta perché non mente. Non è codardia. È semplicemente la memoria del corpo che dice: «Questo l'abbiamo già passato. Non vogliamo ripeterlo.»
Eppure, ecco la cosa strana: quando inizi a combattere, quella paura svanisce dopo il primo colpo incassato. È come se il corpo dicesse: «Ah, eccolo. È come me lo ricordavo. Non è peggio. Si può fare.» Il dolore temuto è sempre peggiore del dolore reale.
2. La paura di ferire l'altro: la più silenziosa
Questa è la paura di cui nessuno parla. Quella che arriva se hai un minimo di umanità dentro. La sai quella sensazione, quando il tuo pugno affonda nella parte molle dell'addome e senti l'aria uscire dall'avversario con un suono che non è umano? Quando il tuo mawashi geri alla coscia produce quel thud sordo e vedi l'altro zoppicare?
La paura di ferire è paradossale in uno sport da combattimento. Ma è reale. Soprattutto nei primi incontri. Soprattutto se hai un cuore. Ti chiedi: «E se gli faccio davvero male? E se lo rompo? E se lo mando all'ospedale?»
Poi impari. Impari che l'avversario è lì per lo stesso motivo tuo. Impari che nel Kyokushin ci si rispetta perché ci si fa male, non nonostante quello. Impari che un avversario caduto, se è un vero karateka, si rialza, ti guarda negli occhi e ti ringrazia per non averlo trattato come se fosse di vetro.
3. La paura della vergogna: la più crudele
Ah, questa è la peggiore. Peggio del dolore. Peggio della sconfitta stessa.
La paura della vergogna non è la paura di perdere. È la paura di fare una figuraccia. Di essere quello che scappa. Quello che si tira indietro. Quello che si blocca e non riesce più a muoversi. Quello che dopo tanti anni di allenamento, sul tatami vero, si scioglie come neve al sole.
Nel kumite Kyokushin, dove non ci sono protezioni facciali e i colpi alla testa con i piedi sono permessi, la vergogna ha molte forme. Ecco alcune che ho visto con i miei occhi:
La paralisi : il combattente che smette di muoversi, come un cervo nei fari. Il suo corpo c'è, ma lo spirito è già andato via. Si prende colpi senza reagire.
La fuga : non fisica, ma tecnica. Il combattente che inizia a indietreggiare senza mai attaccare, che cerca solo di non essere colpito, trasformando il kumite in un triste balletto della ritirata.
La resa prematura : alzare la mano e dire "basta" dopo un colpo che non era nemmeno così forte. Non per dolore, ma per paura del colpo successivo.
La vergogna è crudele perché non dipende dal giudizio degli altri – anche se quello pesa. Dipende dal tuo giudizio su te stesso. E tu, prima del match, sai esattamente cosa ti aspetteresti da te. Hai paura di non essere all'altezza di quella immagine.
4. La paura di se stessi: la più profonda
E arriviamo all'ultima. Quella che pochi comprendono. La paura di cosa diventi quando combatti.
Perché nel kumite vero, specialmente nel Kyokushin che si avvicina alla lotta reale, qualcosa si risveglia. Un'ombra che di solito tieni chiusa nei sotterranei della psiche. L'aggressività primordiale. La voglia di fare male. La gioia oscura di vedere l'altro indietreggiare.
La prima volta che ho sentito dentro di me un ghigno mentre colpivo un avversario – un ghigno autentico, non costruito – ho avuto paura. Ma una paura diversa. Non del nemico. Di me stesso.
E poi ho capito. Oyama diceva: «Il vero scopo del karate non è vincere sugli altri, ma vincere sul proprio sé inferiore». Quell'ombra non va negata. Va riconosciuta, addomesticata, integrata. Il kumite è lo specchio che te la mostra. E la paura di guardarsi dentro è forse la più grande di tutte.
Ma raccontiamo il momento preciso. Sei in piedi sul tatami. Di fronte a te, l'avversario. Non lo conosci. Ha gli occhi fissi. L'arbitro alza la mano. Il dojo è in silenzio. Senti il tuo cuore – non è un'iperbole, lo senti davvero, lo senti nelle tempie, nel collo, nella punta delle dita.
La bocca è secca. Le gambe sono leggere, quasi di gomma. Il respiro è corto.
E poi succede qualcosa. Un click. Interruttore.
Non è coraggio. Il coraggio è una scelta, non un'emozione. Piuttosto, è una resa. Smetti di lottare contro la paura. La accetti. Le fai spazio. E in quello spazio, qualcosa si muove.
Il mio sensei diceva: «La paura prima del combattimento è come il vento prima della tempesta. Non puoi fermarla. Puoi solo imparare a navigarci dentro.»
I segnali fisici della paura – e come interpretarli
Non riconoscere la paura è pericoloso. Riconoscerla, invece, è un vantaggio. Ecco i segnali che ho imparato a leggere in me stesso e nei miei allievi:
Segnale |
Cosa significa |
Cosa fare |
Mani fredde e sudate |
Il sistema simpatico si attiva, il sangue va ai muscoli grandi |
Asciugale sul dogi. È normale. Non è debolezza. |
Battito accelerato |
Il corpo si sta preparando allo sforzo |
Respira profondamente dal basso ventre. Non combattere il battito, usalo come carburante. |
Giramento di stomaco |
L'ansia sta togliendo sangue all'apparato digerente |
Non mangiare pesante prima. Accetta la sensazione. |
Gambe "di gelatina" |
Tensione muscolare eccessiva |
Fai due saltelli leggeri. Scuoti le gambe. Ricorda che passerà al primo movimento. |
Visione a tunnel |
Focus eccessivo, perdita della visione periferica |
Alza lo sguardo. Guarda l'intero avversario, non solo i suoi pugni. Espandi la consapevolezza. |
E ora ti svelo qualcosa che nessun manuale di karate scrive. Qualcosa che ho imparato dopo aver perso più incontri di quanti ne abbia vinti.
La paura non scompare mai. Mai.
Il cintura nera che vedi entrare sul tatami con passo sicuro, quello che ha vinto decine di tornei, ha paura esattamente come te. La differenza non è l'assenza di paura. È il rapporto con la paura.
Il principiante ha
paura e vuole scappare.
L'intermedio ha paura e cerca di non
farlo vedere.
L'esperto ha paura e la usa.
Sì, la usa. Perché la paura è energia. È adrenalina. È riflessi più veloci. È percezione del tempo dilatata. La paura ben gestita non è un nemico – è un alleato che ti offre gratuitamente ciò che anni di meditazione faticano a dare: presenza totale, qui e ora.
Non posso concludere senza parlarti della notte prima. Per me, è sempre stato il momento più duro. Non il tatami. La notte.
L'ultimo torneo importante a cui ho partecipato, avevo trentotto anni. Sapevo che sarebbe stato l'ultimo. Nel letto dell'albergo, alle 3 di notte, sveglio a guardare il soffitto. La paura non era del dolore, non della vergogna, non di ferire. Era una paura nuova: la paura di non essere più quello di vent'anni. La paura del tempo.
Mi sono alzato. Ho fatto trenta flessioni sulle nocche sul pavimento di plastica della camera. Ho aperto la finestra. Respiravo l'aria fredda della notte. E ho capito che quella paura – l'ultima, la più sottile – era in realtà un'istruzione. Mi stava dicendo: «Sei ancora qui. Finché combatti, non sei finito.»
Il giorno dopo persi al secondo turno. Non importa.
Importa che sul tatami, per quei due round, la paura non c'era più. Non perché fosse sparita. Ma perché ero diventato più grande di lei.
Quindi, che tipo di paura nasce prima di un kumite vero?
Nasce una paura a più strati, come una cipolla. Fisica, morale, sociale, esistenziale. Ma se impari a conoscerla, se smetti di chiamarla "nemica" e inizi a chiamarla "maestra", allora il kumite diventa qualcos'altro.
Non è più un combattimento contro un avversario. È un combattimento – e una danza – con la tua stessa paura. E ogni volta che sali sul tatami nonostante lei, vinci una piccola guerra che nessun trofeo potrà mai raccontare.
Il mio sensei Tanaka, quello del primo articolo, aveva un altro detto. Diceva: «La paura è il fuoco. O ti brucia, o ti riscalda. La differenza la fa solo chi impugna il metallo.»
Impugna il metallo, karateka. E abbraccia la paura.
Osù.