Lascia che ti
racconti una scena. Sono le 5:47 di un sabato mattina. Il sole non è
ancora sorto. Tu sei nello spogliatoio di un dojo che non conosci, in
una città che non è la tua. Indossi il dogi, annodi la cintura. Le
mani tremano leggermente mentre tiri i lacci. Senti i passi degli
altri combattenti oltre la porta. Il rumore del tappeto che viene
spazzato. Poi, qualcosa di più profondo: il silenzio dentro di te.
Quella non è
semplice agitazione. Quella è la paura vera del kumite.
Chi non ha mai
combattuto pensa che la paura prima di un incontro sia una cosa
uniforme – una specie di ansia generica, come prima di un esame o
di un colloquio di lavoro. Sbaglia. Nel kumite Kyokushin, la paura è
un prisma con molte facce, e ognuna di esse colpisce un punto diverso
del tuo essere.
Ecco le quattro
paure che ho imparato a riconoscere – e ad abbracciare – in quasi
trent'anni di karate.
1. La paura del
dolore fisico: la più onesta
Partiamo da quella
che tutti conoscono, ma pochi sanno davvero nominare. Non è la paura
di farsi male. È la paura di un tipo specifico di
dolore – quello che sai già come sarà perché lo
hai già provato mille volte in allenamento.
Nel Kyokushin, il
dolore non è un incidente. È parte del metodo. Sai che un gedan
mawashi geri (calcio basso circolare) ben piazzato non ti
rompe l'osso, ma ti lascia una botta sorda che pulsa per giorni. Sai
che un pugno al plesso solare ti toglie il fiato e per cinque secondi
il mondo diventa nero. Sai che un hiza geri (ginocchiata)
al quadricipite ti paralizza la gamba per il resto dell'incontro.
La paura del dolore
fisico è onesta perché non mente. Non è codardia. È semplicemente
la memoria del corpo che dice: «Questo l'abbiamo già
passato. Non vogliamo ripeterlo.»
Eppure, ecco la cosa
strana: quando inizi a combattere, quella paura svanisce dopo il
primo colpo incassato. È come se il corpo dicesse: «Ah,
eccolo. È come me lo ricordavo. Non è peggio. Si può fare.» Il
dolore temuto è sempre peggiore del dolore reale.
2. La paura di
ferire l'altro: la più silenziosa
Questa è la paura
di cui nessuno parla. Quella che arriva se hai un minimo di umanità
dentro. La sai quella sensazione, quando il tuo pugno affonda nella
parte molle dell'addome e senti l'aria uscire dall'avversario con un
suono che non è umano? Quando il tuo mawashi geri alla
coscia produce quel thud sordo e vedi l'altro
zoppicare?
La paura di ferire è
paradossale in uno sport da combattimento. Ma è reale. Soprattutto
nei primi incontri. Soprattutto se hai un cuore. Ti chiedi: «E
se gli faccio davvero male? E se lo rompo? E se lo mando
all'ospedale?»
Poi impari. Impari
che l'avversario è lì per lo stesso motivo tuo. Impari che nel
Kyokushin ci si rispetta perché ci si fa male,
non nonostante quello. Impari che un avversario
caduto, se è un vero karateka, si rialza, ti guarda negli occhi e ti
ringrazia per non averlo trattato come se fosse di vetro.
3. La paura della
vergogna: la più crudele
Ah, questa è la
peggiore. Peggio del dolore. Peggio della sconfitta stessa.
La paura della
vergogna non è la paura di perdere. È la paura di fare
una figuraccia. Di essere quello che scappa. Quello che si
tira indietro. Quello che si blocca e non riesce più a muoversi.
Quello che dopo tanti anni di allenamento, sul tatami vero, si
scioglie come neve al sole.
Nel kumite
Kyokushin, dove non ci sono protezioni facciali e i colpi alla testa
con i piedi sono permessi, la vergogna ha molte forme. Ecco alcune
che ho visto con i miei occhi:
La
paralisi : il combattente che smette di muoversi, come
un cervo nei fari. Il suo corpo c'è, ma lo spirito è già andato
via. Si prende colpi senza reagire.
La
fuga : non fisica, ma tecnica. Il combattente che
inizia a indietreggiare senza mai attaccare, che cerca solo di non
essere colpito, trasformando il kumite in un triste balletto della
ritirata.
La resa
prematura : alzare la mano e dire "basta"
dopo un colpo che non era nemmeno così forte. Non per dolore, ma
per paura del colpo successivo.
La vergogna è
crudele perché non dipende dal giudizio degli altri – anche se
quello pesa. Dipende dal tuo giudizio su te stesso. E tu, prima del
match, sai esattamente cosa ti aspetteresti da te. Hai paura di non
essere all'altezza di quella immagine.
4. La paura di se
stessi: la più profonda
E arriviamo
all'ultima. Quella che pochi comprendono. La paura di cosa
diventi quando combatti.
Perché nel kumite
vero, specialmente nel Kyokushin che si avvicina alla lotta reale,
qualcosa si risveglia. Un'ombra che di solito tieni chiusa nei
sotterranei della psiche. L'aggressività primordiale. La voglia di
fare male. La gioia oscura di vedere l'altro indietreggiare.
La prima volta che
ho sentito dentro di me un ghigno mentre colpivo un avversario – un
ghigno autentico, non costruito – ho avuto paura. Ma una paura
diversa. Non del nemico. Di me stesso.
E poi ho capito.
Oyama diceva: «Il vero scopo del karate non è vincere
sugli altri, ma vincere sul proprio sé inferiore». Quell'ombra
non va negata. Va riconosciuta, addomesticata, integrata. Il kumite è
lo specchio che te la mostra. E la paura di guardarsi dentro è forse
la più grande di tutte.
Ma raccontiamo il
momento preciso. Sei in piedi sul tatami. Di fronte a te,
l'avversario. Non lo conosci. Ha gli occhi fissi. L'arbitro alza la
mano. Il dojo è in silenzio. Senti il tuo cuore – non è
un'iperbole, lo senti davvero, lo senti nelle tempie, nel collo,
nella punta delle dita.
La bocca è secca.
Le gambe sono leggere, quasi di gomma. Il respiro è corto.
E poi succede
qualcosa. Un click. Interruttore.
Non è coraggio. Il
coraggio è una scelta, non un'emozione. Piuttosto, è una resa.
Smetti di lottare contro la paura. La accetti. Le fai spazio. E in
quello spazio, qualcosa si muove.
Il mio sensei
diceva: «La paura prima del combattimento è come il vento
prima della tempesta. Non puoi fermarla. Puoi solo imparare a
navigarci dentro.»
I segnali fisici
della paura – e come interpretarli
Non riconoscere la
paura è pericoloso. Riconoscerla, invece, è un vantaggio. Ecco i
segnali che ho imparato a leggere in me stesso e nei miei allievi:
Segnale
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Cosa significa
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Cosa fare
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Mani fredde e sudate
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Il sistema simpatico si attiva, il sangue va ai muscoli grandi
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Asciugale sul dogi. È normale. Non è debolezza.
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Battito accelerato
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Il corpo si sta preparando allo sforzo
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Respira profondamente dal basso ventre. Non combattere il
battito, usalo come carburante.
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Giramento di stomaco
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L'ansia sta togliendo sangue all'apparato digerente
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Non mangiare pesante prima. Accetta la sensazione.
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Gambe "di gelatina"
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Tensione muscolare eccessiva
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Fai due saltelli leggeri. Scuoti le gambe. Ricorda che passerà
al primo movimento.
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Visione a tunnel
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Focus eccessivo, perdita della visione periferica
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Alza lo sguardo. Guarda l'intero avversario, non solo i suoi
pugni. Espandi la consapevolezza.
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E ora ti svelo
qualcosa che nessun manuale di karate scrive. Qualcosa che ho
imparato dopo aver perso più incontri di quanti ne abbia vinti.
La paura non
scompare mai. Mai.
Il cintura nera che
vedi entrare sul tatami con passo sicuro, quello che ha vinto decine
di tornei, ha paura esattamente come te. La differenza non è
l'assenza di paura. È il rapporto con la paura.
Il principiante ha
paura e vuole scappare.
L'intermedio ha paura e cerca di non
farlo vedere.
L'esperto ha paura e la usa.
Sì, la usa. Perché
la paura è energia. È adrenalina. È riflessi più veloci. È
percezione del tempo dilatata. La paura ben gestita non è un nemico
– è un alleato che ti offre gratuitamente ciò che anni di
meditazione faticano a dare: presenza totale, qui e ora.
Non posso concludere
senza parlarti della notte prima. Per me, è sempre stato il momento
più duro. Non il tatami. La notte.
L'ultimo torneo
importante a cui ho partecipato, avevo trentotto anni. Sapevo che
sarebbe stato l'ultimo. Nel letto dell'albergo, alle 3 di notte,
sveglio a guardare il soffitto. La paura non era del dolore, non
della vergogna, non di ferire. Era una paura nuova: la
paura di non essere più quello di vent'anni. La paura del
tempo.
Mi sono alzato. Ho
fatto trenta flessioni sulle nocche sul pavimento di plastica della
camera. Ho aperto la finestra. Respiravo l'aria fredda della notte. E
ho capito che quella paura – l'ultima, la più sottile – era in
realtà un'istruzione. Mi stava dicendo: «Sei ancora qui.
Finché combatti, non sei finito.»
Il giorno dopo persi
al secondo turno. Non importa.
Importa che sul
tatami, per quei due round, la paura non c'era più. Non perché
fosse sparita. Ma perché ero diventato più grande di lei.
Quindi, che tipo di
paura nasce prima di un kumite vero?
Nasce una paura a
più strati, come una cipolla. Fisica, morale, sociale, esistenziale.
Ma se impari a conoscerla, se smetti di chiamarla "nemica"
e inizi a chiamarla "maestra", allora il kumite diventa
qualcos'altro.
Non è più un
combattimento contro un avversario. È un combattimento – e una
danza – con la tua stessa paura. E ogni volta che sali sul tatami
nonostante lei, vinci una piccola guerra che nessun trofeo potrà mai
raccontare.
Il mio sensei
Tanaka, quello del primo articolo, aveva un altro detto. Diceva: «La
paura è il fuoco. O ti brucia, o ti riscalda. La differenza la fa
solo chi impugna il metallo.»
Impugna il metallo,
karateka. E abbraccia la paura.
Osù.