Nell'architettura delle arti marziali giapponesi, pochi concetti sono tanto fraintesi e, al tempo stesso, così profondamente rivelatori quanto il Go no sen. Tradotto letteralmente come "iniziativa dopo" o "attacco successivo", esso non è, come si potrebbe superficialmente credere, una semplice tecnica di contrattacco. È una filosofia, uno stato mentale, una modalità di percezione che trasforma il combattente in un recipiente vuoto, pronto ad accogliere l'energia dell'avversario e a restituirgliela centuplicata.
Il Go no sen è l'arte di aspettare. Ma non si tratta di un'attesa passiva, di una resa alla volontà altrui. È un'attesa attiva, vigile, che richiede una concentrazione assoluta e una capacità di leggere l'istante che sfida l'immaginazione. L'attaccante, mosso dalla sua intenzione, si espone. Nel momento in cui lancia il suo colpo, la sua energia si focalizza, la sua traiettoria si definisce, e in quell'istante, per un attimo, la sua volontà si cristallizza. Il combattente che padroneggia il Go no sen coglie quell'istante, quel millesimo di secondo in cui l'attacco è già stato scatenato ma non ha ancora raggiunto il bersaglio.
La tecnica del Go no sen non si limita a schivare e colpire. È un'armonizzazione con il movimento stesso dell'attacco. Il difensore non si oppone all'avversario, ma si fonde con la sua energia. Come un fiume che accoglie una pietra, non la respinge ma la circonda, ne devia il corso, e la trasforma. Il combattente che padroneggia il Go no sen non cerca di bloccare il colpo, ma di assorbirne l'energia, di "estinguere" il ki dell'avversario, come si spegne una fiamma togliendole l'ossigeno.
Perché questo possa accadere, è necessaria un'armonia profonda tra i due combattenti. Non un'armonia di intenti, ma un'armonia di movimento. Il difensore deve percepire l'attacco non come un evento esterno, ma come un'estensione del proprio stesso corpo. Deve essere nel luogo giusto al momento giusto, e in quel luogo e in quel momento, non esiste differenza tra lui e l'avversario. La sua tecnica non è una reazione, ma una conseguenza. Il colpo che atterra non è un colpo che ha scelto di sferrare: è il colpo che era già destinato a cadere, come una mela che si stacca dall'albero.
Questa è la differenza tra il Go no sen e un semplice contrattacco. Il contrattacco è una risposta, una reazione meccanica che segue un input. Il Go no sen è una fusione, un'armonizzazione che trasforma l'input in un movimento che appartiene a entrambi. Se l'avversario si oppone, se la sua volontà resiste, non c'è armonia, e lo scontro si risolve in uno shock, in una perdita di forza per entrambi. Ma se l'avversario si abbandona al movimento, se la sua energia fluisce senza opposizione, la sua stessa forza lo travolge, e lui cade come un albero che ha scelto di cadere.
Il Go no sen non è solo una strategia di combattimento, ma anche un principio morale, un riflesso del "do" (la via) che permea le arti marziali giapponesi. Il detto del karate, "nel karate non c'è il primo colpo", è il suo manifesto. Il vero budoka non deve mai assumere l'iniziativa in un confronto. La sua arte non è quella di colpire per primo, ma quella di essere pronto a rispondere. È un'etica che trasforma la difesa in un atto di suprema offensiva, e che pone l'accento sulla pazienza, sulla vigilanza e sul rispetto per l'avversario.
In un'epoca che celebra l'istinto, la reattività, la velocità di esecuzione, il Go no sen ci ricorda che c'è un'arte più profonda, un modo di combattere che non è fatto di scatti e reazioni, ma di quiete e percezione. Il combattente che padroneggia il Go no sen è come uno specchio: non si muove, ma riflette il movimento dell'avversario, restituendoglielo nella sua forma più pura. Non attacca, ma lascia che l'attacco si consumi, e nel momento in cui si consuma, il combattimento è già finito. È la via di chi ha imparato che la vera vittoria non è quella che si conquista, ma quella che si accoglie.
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