C'è un equivoco di fondo nelle arti marziali dure. Si crede che l'obiettivo sia temprare il corpo. Ossa più dense, muscoli più resistenti, una corazza di carne che assorbe i colpi. Il Kyokushin, con i suoi combattimenti a pugno nudo sul petto, i suoi test di rottura, le sue ore di kumite senza protezioni, sembra l'apoteosi di questo culto del corpo. "Un colpo di Kyokushin può spezzare una mazza da baseball", dicono. E forse è vero.
Ma c'è un inganno.
Il corpo, da solo, non regge. Il vero limite di un combattente non è il bicipite o la costa. È il sistema nervoso. È quella sottile rete di neuroni che decide, in frazioni di secondo, se alzare la guardia o no, se incassare o schivare, se avanzare o fuggire. Ed è proprio lì, nel sistema nervoso, che il Kyokushin opera la sua alchimia più potente e controversa.
Un combattimento non è uno scontro di muscoli. È uno scontro di soglie. La soglia del dolore. La soglia della paura. La soglia dell'affaticamento. La soglia dell'esitazione. Chi ha la soglia più alta, vince. Non chi ha il pugno più pesante.
Il Kyokushin lo sa, anche se non lo dice mai apertamente. Il suo metodo è semplice, brutale, quasi primitivo: sottomettere il sistema nervoso a uno stress così intenso e prolungato che alla fine smette di protestare. Non perché diventi più forte. Perché si adatta. Perché il neurone, dopo aver ricevuto il millesimo segnale di dolore, smette di trasmetterlo con la stessa urgenza. Perché la sinapsi, dopo l'ennesimo comando di fuga, impara a bloccarsi.
Questo è il vero segreto del Kyokushin. Non la "temperatura dell'acciaio", come amava dire Oyama. Ma una semplice, spietata legge neurologica: ciò che non uccide il sistema nervoso, lo rende più lento a reagire al pericolo.
E qui veniamo al paradosso. Il Kyokushin crede di formare "combattenti". Uomini e donne che non indietreggiano, che incassano e avanzano, che non hanno paura. Ma in realtà, cosa sta creando?
Sta creando organismi il cui sistema nervoso è stato gradualmente anestetizzato. Non coraggiosi. Non determinati. Semplicemente desensibilizzati.
Proviamo a essere crudeli, ma onesti:
Il combattente Kyokushin incassa un calcio al petto e non arretra. Il suo sistema nervoso ha imparato a non registrare quel dolore come "pericolo imminente". Ma se quel calcio arriva alla tempia, crolla come tutti. Perché il sistema nervoso, lì, non può essere anestetizzato. La soglia di pericolo per il cervello è assoluta.
Il combattente Kyokushin continua a lottare con le costole incrinate. Non per "forza di volontà". Perché il suo sistema nervoso ha abbassato la priorità del segnale di danno strutturale. Ma un domani, quando smetterà di lottare, scoprirà che le fratture da stress e le artrosi non erano meno reali. Solo meno avvertite.
Il "combattente" del Kyokushin, inteso come entità psicofisica integrata, è quasi un effetto collaterale. Il vero prodotto finale dell'allenamento è un sistema nervoso rimappato. Un sistema che ha scambiato la sensibilità con la sopravvivenza a breve termine. Un sistema che, sotto certi aspetti, funziona peggio di quello di un non praticante, perché ha perso la capacità di distinguere tra "danno minaccioso" e "danno tollerabile".
Nessun adattamento è gratis. Il Kyokushin chiede un prezzo al sistema nervoso, e quel prezzo è alto.
Primo: la perdita dell'avviso precoce. In natura, il dolore è un insegnante. Il bruciore ai muscoli dice "fermati, ti stai lacerando". Lo stordimento dopo un colpo alla testa dice "qualcosa non va, proteggiti". Il Kyokushin insegna a ignorare questi messaggi. Per un combattente, può essere un vantaggio. Per un essere umano, è una mutilazione sensoriale.
Secondo: il ritardo nei riflessi protettivi. Il riflesso di ritirare la mano dal fuoco non è codardia: è sopravvivenza. Il Kyokushin, abituando il corpo a non ritirare nulla, a rimanere esposto, a non battere ciglio sotto i colpi, indebolisce questi riflessi arcaici. Il praticante diventa più lento a proteggere gli occhi, la gola, l'inguine. Non perché sia "più coraggioso". Perché il suo sistema nervoso ha disimparato, in parte, la sequenza di emergenza.
Terzo: la confusione tra sopportazione e valutazione. Un sistema nervoso sano, sotto stress, valuta: "posso resistere? devo scappare? posso controbattere?" Il sistema nervoso del kyokushinka intensivo, dopo anni di "non arrenderti mai", ha bruciato la seconda opzione. Restano solo resistere o colpire. La valutazione strategica della ritirata – a volte l'opzione più intelligente – diventa mentalmente inaccessibile.
No. Non è sbagliato. È specializzato. E la sua specializzazione è la modifica del sistema nervoso in direzione di un'altissima tolleranza allo stress fisico e al dolore.
Se il tuo obiettivo è diventare un combattente a pieno contatto che non arretra mai, che incassa e avanza, che spacca tavole e mattoni, allora il Kyokushin è probabilmente il miglior sistema al mondo. Perché non ti insegna solo a colpire. Ti insegna a non sentire ciò che dovresti sentire. Ti insegna a non temere ciò che dovresti temere. Ti insegna a non fermarti quando ogni fibra del tuo corpo direbbe di fermarti.
Ma se il tuo obiettivo è diventare un combattente completo, capace di dosare l'aggressività, di leggere l'avversario, di scegliere quando ritirarsi e quando spingere, di proteggere la tua integrità a lungo termine... allora il Kyokushin è solo un pezzo, e forse un pezzo troppo ingombrante. Perché un sistema nervoso desensibilizzato è ottimo per il quinto round di un torneo. Ma per uscire da un vicolo buio con un avversario armato, o per arrivare integro ai cinquanta anni senza ginocchia distrutte e costole incollate male, forse serve altro.
Torniamo alla domanda iniziale. "Il Kyokushin allena più il combattente o il sistema nervoso?"
Allena il sistema nervoso. Lo rimappa, lo desensibilizza, lo trasforma in uno strumento di tolleranza pura. Il "combattente" che ne esce è un sottoprodotto, una maschera che il sistema nervoso modificato indossa per sembrare umano.
Non allena il combattente. Inteso come decisore strategico, come gestore della paura intelligente, come amministratore della propria incolumità a lungo termine, il Kyokushin allena poco o niente. A volte, allena persino contro.
La scelta è tua. Vuoi diventare una macchina per incassare e colpire, con un sistema nervoso che non ti avverte più dei pericoli? Il Kyokushin è la via. Vuoi diventare un combattente che sa quando entrare e quando uscire, che ascolta il proprio corpo invece di zittirlo, che vince senza lasciare metà della propria salute sul tatami? Allora il Kyokushin è un'utile palestra di durezza, ma non una risposta.
In entrambi i casi, però, una cosa è certa: dopo un vero allenamento Kyokushin, il tuo sistema nervoso non sarà più lo stesso. E tu, "combattente" o no, dovrai convivere con ciò che è diventato.
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