C'è una cosa che accade quasi inevitabilmente quando un'arte marziale diventa famosa.
A un certo punto smette di essere soltanto un metodo di combattimento.
Diventa un'identità.
Nascono i racconti, le imprese leggendarie, i grandi maestri, le sfide impossibili. Nasce una memoria collettiva nella quale il confine tra ciò che è realmente accaduto e ciò che avrebbe dovuto essere accaduto diventa sempre più sottile.
Il Kyokushin di Masutatsu Oyama è uno degli esempi più interessanti.
Per decenni il nome Kyokushin è stato associato a una parola precisa: durezza.
Allenamenti massacranti. Kumite a contatto pieno. Combattenti capaci di continuare nonostante il dolore. Dimostrazioni spettacolari. Tavole spezzate, mattoni distrutti, blocchi di ghiaccio frantumati.
E poi il mito di Oyama.
L'uomo che avrebbe combattuto centinaia di avversari.
L'uomo che avrebbe affrontato i tori.
L'uomo capace di imprese fisiche quasi sovrumane.
Ma proprio qui comincia la parte più interessante della storia.
Perché il Kyokushin non è soltanto la storia di un uomo che costruì un impero.
È anche la storia degli uomini che quell'impero lo costruirono insieme a lui e che, a un certo punto, decisero di abbandonarlo.
E tra questi uomini ce n'è uno che troppo spesso scompare dalle ricostruzioni più popolari: Kenji Kurosaki.
Masutatsu Oyama rimane indiscutibilmente la figura centrale nella nascita e nella diffusione del Kyokushin.
Ma la storia delle sue origini è più complessa di quanto suggeriscano molte narrazioni.
Kurosaki fu uno dei personaggi fondamentali dell'ambiente marziale nel quale Oyama si formò e, soprattutto, fu uno dei protagonisti dell'evoluzione del karate verso una forma di combattimento più dura e orientata al contatto reale.
Il punto fondamentale non è stabilire chi abbia diritto al titolo di “vero fondatore”.
La questione è molto più interessante.
Il Kyokushin nacque infatti all'interno di un ambiente nel quale idee, tecniche e uomini si influenzavano continuamente.
Oyama aveva una visione.
Kurosaki aveva una visione.
E quelle visioni, inizialmente vicine, finirono per prendere strade differenti.
Una delle differenze fondamentali riguardava proprio il combattimento.
Kurosaki non era interessato soltanto alla costruzione del karate come sistema organizzato.
Voleva capire cosa accadeva quando un karateka incontrava qualcuno che non collaborava.
Un uomo che colpiva davvero.
Un uomo che non conosceva il kata.
Un uomo che non aveva alcun interesse a rispettare la teoria del karate.
E la risposta arrivò dalla Thailandia.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il Giappone iniziò a confrontarsi sempre più seriamente con la Muay Thai.
Fu un incontro destinato a cambiare per sempre il panorama degli sport da combattimento giapponesi.
La differenza era evidente.
Da una parte il karate.
Dall'altra una disciplina costruita sul combattimento professionistico.
Pugni, calci, ginocchia, gomiti e clinch non erano semplicemente tecniche studiate in palestra.
Erano strumenti utilizzati da combattenti che passavano la loro vita sul ring.
Il problema per i karateka non era quindi soltanto tecnico.
Era culturale.
Il karate giapponese aveva sviluppato sistemi competitivi nei quali velocità, precisione e controllo avevano un ruolo enorme.
La Muay Thai aveva sviluppato un'altra logica.
Colpire.
Resistere.
Continuare.
E colpire ancora.
Quando i primi confronti diretti mostrarono la difficoltà dei karateka contro i combattenti thailandesi, molti giapponesi si trovarono davanti a una realtà scomoda.
Il karate poteva essere estremamente duro in palestra.
Ma il ring professionistico era un'altra cosa.
Ed è proprio questa differenza che avrebbe contribuito alla nascita della kickboxing giapponese.
Nel 1964 tre uomini provenienti dal dojo Oyama affrontarono combattenti thailandesi al Lumpinee Stadium di Bangkok.
Il risultato ufficiale fu favorevole ai giapponesi: due vittorie e una sconfitta.
Ma il combattimento che avrebbe lasciato il segno fu proprio quello perso da Kenji Kurosaki.
Kurosaki affrontò Rawi Dechachai.
E scoprì qualcosa che nessun allenamento teorico poteva insegnargli.
I gomiti.
Il clinch.
La distanza.
Il modo nel quale un combattente thailandese poteva trasformare pochi centimetri in una zona di combattimento devastante.
Kurosaki perse.
Ma quella sconfitta si sarebbe rivelata molto più importante di una vittoria.
Perché Kurosaki fece ciò che molti praticanti non sono disposti a fare: prese sul serio il proprio avversario.
Non cercò semplicemente una spiegazione per giustificare la sconfitta.
Cercò di capire perché aveva perso.
E da quella domanda sarebbe nata una parte fondamentale della moderna kickboxing.
Kurosaki iniziò a integrare elementi provenienti dalla Muay Thai nel proprio metodo.
Pugilato.
Calci bassi.
Combattimento a corta distanza.
Lavoro al sacco.
Preparazione specifica per il ring.
Il karate non veniva cancellato.
Veniva costretto ad adattarsi.
Questa è una delle grandi lezioni della storia delle arti marziali.
Un sistema non diventa più efficace perché dichiara di essere invincibile.
Diventa più efficace quando accetta di poter essere sconfitto.
Kurosaki aveva perso.
E proprio per questo aveva imparato.
Mentre il mondo del combattimento giapponese si confrontava con la Muay Thai, intorno a Oyama cresceva una figura quasi mitologica.
Le storie diventavano sempre più grandi.
I tori.
Le centinaia di avversari.
Le dimostrazioni di forza.
Le rotture spettacolari.
Il karateka capace di compiere imprese apparentemente impossibili.
Alcune di queste storie possiedono un nucleo storico.
Altre sono difficili da documentare.
Altre ancora sono state contestate da persone che avevano conosciuto direttamente Oyama.
Ed è qui che bisogna fare una distinzione fondamentale.
Mettere in discussione una leggenda non significa necessariamente negare il valore dell'uomo.
Oyama era certamente un uomo fisicamente straordinario, un insegnante carismatico e soprattutto un organizzatore capace di trasformare il proprio karate in una realtà internazionale.
Ma proprio la sua capacità di costruire un'immagine pubblica contribuì alla nascita di una mitologia che, col passare degli anni, divenne quasi inseparabile dalla storia reale.
Le dimostrazioni di rottura sono un esempio perfetto.
Tegole, mattoni, legno, ghiaccio e bottiglie possono essere preparati in modi differenti.
Questo non significa che chi li rompe non possieda forza o abilità.
Significa semplicemente che una dimostrazione non è necessariamente una prova scientifica della capacità combattiva di una persona.
Anche Jon Bluming, uno degli uomini più importanti nella storia del Kyokushin europeo, raccontò episodi nei quali scoprì che alcuni materiali utilizzati nelle dimostrazioni erano stati preparati appositamente.
La questione diventa quindi più interessante della semplice domanda:
“Era tutto falso?”
No.
La domanda corretta è: quanto della leggenda corrispondeva alla realtà e quanto serviva invece a costruire un'immagine?
E questa distinzione diventa fondamentale quando si parla di Oyama.
Oyama aveva un obiettivo enorme.
Portare il Kyokushin nel mondo.
E ci riuscì.
Il nome Kyokushin arrivò in Europa, negli Stati Uniti, in Australia e in moltissimi altri Paesi.
Nuovi dojo.
Nuovi istruttori.
Nuovi praticanti.
Nuovi tornei.
La macchina Kyokushin cresceva.
Ma ogni espansione porta con sé un problema.
La quantità può entrare in conflitto con la qualità.
Più dojo significano più praticanti.
Più praticanti significano più visibilità.
Ma significano anche una maggiore difficoltà nel mantenere lo stesso livello tecnico e didattico.
Alcuni dei maestri più importanti iniziarono a interrogarsi proprio su questo.
Il Kyokushin doveva diventare enorme?
Oppure doveva rimanere più selettivo, preservando il livello dei suoi praticanti?
Era una domanda apparentemente organizzativa.
In realtà era una domanda filosofica.
Che cosa doveva essere il Kyokushin?
Un sistema di combattimento?
Un metodo educativo?
Un'organizzazione mondiale?
Oppure un impero personale costruito intorno alla figura del fondatore?
Il successo internazionale portò anche un'altra trasformazione.
Il Kyokushin non era più soltanto karate.
Era diventato un marchio.
E quando un'arte marziale diventa un marchio, il rischio è che l'immagine finisca per diventare più importante della pratica.
La cintura nera.
Il mito del combattente invincibile.
Le imprese estreme.
La retorica del “più duro”.
Il linguaggio della sfida permanente.
Tutto questo può essere straordinariamente efficace per attirare nuovi praticanti.
Ma può anche creare una cultura nella quale ammettere una debolezza diventa quasi un tradimento.
Ed è qui che il mito dell'invincibilità comincia a diventare pericoloso.
Perché nessun essere umano è invincibile.
Negli anni Settanta il Kyokushin organizzò competizioni internazionali sempre più importanti.
Il primo campionato mondiale Open del 1975 rappresentò un momento fondamentale.
Il Kyokushin aveva ormai ambizioni globali.
Ma proprio l'internazionalizzazione rese più evidenti alcune tensioni.
Il rapporto tra giapponesi e stranieri.
Il modo di organizzare le competizioni.
La gestione dei dojo.
La qualità dell'insegnamento.
La direzione che l'organizzazione stava prendendo.
Alcuni protagonisti iniziarono a non riconoscersi più completamente nel progetto di Oyama.
Tra questi c'era Tadashi Nakamura.
E qui la storia cambia nuovamente direzione.
Nakamura non era un outsider.
Era uno degli uomini più importanti cresciuti all'interno del sistema di Oyama.
Aveva iniziato ad allenarsi giovanissimo.
Aveva combattuto.
Aveva insegnato.
Era stato mandato negli Stati Uniti per sviluppare il Kyokushin.
Ed era riuscito a trasformare il dojo di New York in una realtà importante.
Ma proprio l'esperienza americana gli aveva mostrato il problema dell'espansione.
Più il sistema cresceva, più diventava difficile mantenere lo standard.
Nakamura iniziò quindi a maturare una visione differente.
Il karate non poteva essere soltanto una macchina per produrre combattenti duri.
Doveva essere anche educazione.
Disciplina.
Responsabilità.
Rispetto.
Fu questa divergenza a portarlo alla separazione dal Kyokushin nel 1976.
E nel 1976 Nakamura fondò il Seido Karate.
La parola chiave non era più soltanto durezza.
Era equilibrio.
La cosa interessante del Seido non è semplicemente che Nakamura abbia creato un altro stile.
La vera ribellione fu filosofica.
Nakamura aveva vissuto dall'interno la cultura del combattimento duro.
Non la rifiutò.
La reinterpretò.
Il karate doveva continuare a rendere più forti.
Ma non soltanto fisicamente.
Doveva essere accessibile anche a bambini, donne, anziani e persone con differenti capacità fisiche.
Doveva avere una funzione nella comunità.
Doveva sviluppare corpo, mente e spirito.
In altre parole: il combattimento non doveva essere il fine.
Doveva essere uno degli strumenti.
Nel 1994 Masutatsu Oyama morì.
E allora apparve il problema che nessun impero può evitare per sempre: chi viene dopo l'imperatore?
Oyama aveva costruito un'organizzazione fortemente legata alla propria persona.
Quando scomparve, emerse una difficoltà enorme.
Non esisteva un successore universalmente riconosciuto capace di mantenere unito tutto il sistema.
Il risultato fu una frammentazione straordinaria.
Nacquero organizzazioni differenti.
Gruppi che rivendicavano la continuità dell'insegnamento originale.
Altri che sostenevano di rappresentare la vera eredità di Oyama.
Il nome Kyokushin rimase.
L'impero, però, non esisteva più nella forma originale.
Ed è qui che il titolo diventa interessante.
La “caduta dell'Impero” non significa che il Kyokushin sia morto.
Al contrario.
Il Kyokushin è ancora praticato in moltissimi Paesi.
Continua a produrre combattenti.
Continua a organizzare competizioni.
Continua ad attirare persone affascinate dal suo metodo.
L'impero caduto è un'altra cosa.
È l'idea che un'unica organizzazione potesse rappresentare il Kyokushin.
È l'idea che l'autorità del fondatore potesse essere trasferita automaticamente a un successore.
È l'idea che un'arte marziale possa rimanere immutabile mentre il mondo intorno cambia.
Dopo Oyama, il Kyokushin si è moltiplicato.
E in un certo senso questa frammentazione è anche la sua vittoria.
Perché significa che l'idea è sopravvissuta all'uomo.
La storia di Masutatsu Oyama è quindi molto più interessante se smettiamo di considerarlo un supereroe.
Era un uomo.
Un uomo dotato di talento, forza, ambizione e una capacità straordinaria di costruire consenso.
Ma anche un uomo con contraddizioni.
La sua grandezza non ha bisogno dei tori.
Non ha bisogno dei 300 avversari.
Non ha bisogno delle imprese impossibili.
Il suo risultato storico è già enorme.
Ha trasformato il karate a contatto pieno in un fenomeno internazionale.
Ha creato una scuola riconoscibile in ogni parte del mondo.
Ha prodotto generazioni di combattenti.
Ha influenzato indirettamente la nascita e lo sviluppo di altri sistemi di combattimento.
E soprattutto ha dimostrato che un'arte marziale poteva uscire dal proprio Paese e diventare globale.
Ma proprio questo successo conteneva il seme della sua futura crisi.
Più il Kyokushin diventava grande, più diventava difficile mantenerlo unito.
Più il nome Oyama diventava enorme, più diventava difficile separare l'uomo dal mito.
E quando l'uomo scomparve, il mito non riuscì a mantenere unito l'impero.
Forse questa è la lezione più importante.
Le arti marziali sono piene di fondatori leggendari.
Maestri invincibili.
Tecniche segrete.
Combattimenti impossibili.
Scuole che sostengono di possedere la verità definitiva.
Poi passa il tempo.
I maestri muoiono.
Gli allievi si separano.
Le organizzazioni si dividono.
Nascono nuovi stili.
E quello che rimane è molto più semplice.
Un uomo entra in un dojo.
Indossa un karategi.
Si allena.
Cade.
Si rialza.
Ripete una tecnica.
Sbaglia.
La ripete ancora.
Forse questa è la parte del karate che non ha mai avuto bisogno di leggende.
Perché alla fine anche i maestri più grandi erano uomini.
E proprio per questo possiamo ancora imparare qualcosa da loro.
Non soltanto dalle loro vittorie.
Ma anche dai loro errori.