martedì 7 ottobre 2025

LA MANO CHE TAGLIA IL VENTO.


Dimentica il pugno. Il pugno è democrazia. È forza bruta distribuita su quattro nocche. Lo Shuto è dittatura. È tutta la furia del corpo concentrata in un filo di carne e osso. È la lama che non ti porti nascosta, perché sei tu la lama.

Mas Oyama non l'ha inventata. L'ha estrappolata dalla montagna. L'ha forgiata sui tronchi, sui massi, sulle corna dei tori. L'ha resa così: non un taglio elegante. Un colpo d'ascia. La fine di una discussione.

Guarda come si forma. La mano non si chiude. Si irrigidisce. Le dita si serrano, sì, ma è un inganno. La forza non è lì. È sul taglio esterno della mano, quel ponte di ossa che va dal mignolo al polso. Quella è la lama. Il resto è l'impugnatura. Il pollice si piega, una leva che blocca la struttura. È una serratura che trasforma la tua mano in un attrezzo. In un'arma da cantiere.

La sua bellezza è nella sua menzogna. Sembra un fendente, un taglio dall'alto. E può esserlo. Ma la sua vera anima è nel uchi: il colpo dal di dentro. È il gancio che non ti aspetti. Parte dal tuo centro, s'infila come un serpente nelle difese, e esplode sulla carotide, sulla clavicola, sull'ascella. Non colpisce per tagliare la pelle. Colpisce per troncare i cavi. Per interrompere i segnali. Per spegnere un interruttore nel sistema nervoso dell'avversario.

Nel Kyokushin, lo Shuto non è una tecnica di karate. È un'operazione di sminamento. Si usa per aprire. Parare un pugno? No. Deviarlo con un shuto-uke che, nel deviarlo, spacca l'avambraccio che lo porta. È un atto di violenta chirurgia. Avvicinarsi, entrare nella guardia, e con un movimento secco e corto – non ampio, mai ampio, quello è per il cinema – colpire il collo. È il colpo del boia. Definitivo. Silenzioso.

Oyama lo dimostrava su cose che non potevano mentire. Su bottiglie di birra. Su mattoni. Non era spettacolo. Era prova. La prova che quella lama di carne, se allenata all'ossessione, se temprata in ore infinite di makiwara, poteva competere con la materia più dura. Dovevi credere che la tua mano potesse spezzare un mattone. Perché se ci credi, quando colpisci un corpo, non ci sarà osso che tenga.

Ma la lezione più profonda dello Shuto è mentale. È la metafora della precisione nella furia. Nel caos del kumite, quando il respiro brucia e il sangue batte nelle tempie, lo Shuto ti chiede freddezza. Ti chiede di calcolare la distanza al millimetro. Di mirare a un punto preciso. Ti costringe a essere un artigiano della violenza. Non un teppista che sbraita. Un chirurgo che opera.

È la tecnica del samurai moderno. Non puoi portare una katana nel metrò. Ma puoi portare le tue mani. E se quelle mani sanno essere un coltello, allora sei sempre armato. Sempre pericoloso. Sempre consapevole.

Perché lo Shuto non è solo un modo per colpire. È un modo di vedere. Inizi a vedere il mondo in punti vulnerabili, in linee di taglio. Vedi il collo scoperto di un uomo distratto, l'inguine non protetto, il fascio nervoso sopra la clavicola. E impari a non colpire mai, se non è necessario. Perché quando sai di poter troncare, non hai più bisogno di dimostrarlo.

La mano a coltello. La lama che nasce dalla tua carne. L'eredità di Oyama è tutta lì: nella capacità di trasformare l'umano in strumento. Di fare del tuo corpo un'arma di precisione. E della tua mente, la fredda volontà di usarla solo quando ogni altra via è sbarrata.

Taglia il vento. Taglia la paura. Taglia ogni dubbio.




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