Il Saluto.
Non è un "ciao".
È un patto. Quando inchini al Kamiza, al lato frontale
del dojo, non stai inchinando a un muro. Stai riconoscendo la linea
di sangue. I fantasmi dei vecchi leoni che hanno versato il loro
sudore prima di te. Stai inchinando alla Via. Quel gesto, schiena
dritta, occhi bassi ma spirito vigile, è il primo atto di umiltà. È
ammettere: "Sono qui per imparare. Sono vuoto."
Poi ti
giri, e inchini al Sensei. Qui non c'è adulazione. C'è
riconoscimento. Riconosci la sua esperienza, le sue cicatrici, il
fatto che oggi, in questa stanza, la sua parola è legge. È la legge
che ti protegge dalla tua stessa stupidità. Inchini al compagno
prima del kumite. Non è "buona fortuna". È:
"Ti riconosco come parte di questo rito. I nostri corpi
parleranno ora. Ci rispettiamo abbastanza da colpirci a fondo."
Il
suono del saluto è un colpo secco. È il rumore di cento persone che
si piegano all'unisono. È il suono dell'ordine.
La Gerarchia.
Non è una
classifica. È un ecosistema. I sempai (anziani) non sono solo quelli
con la cintura più scura. Sono le guide. Le sentinelle. Hanno
percorso il sentiero che tu stai pestando. La loro autorità non
deriva da un titolo, ma dalle notti passate a pulire il tatami, dagli
infortuni sopportati, dalla pazienza di ripetere un movimento per il
decimo principiante di fila. Li ascolti. Non perché sono forti, ma
perché sanno dove si nascondono le trappole.
Il Sensei è
la montagna. Non lo interpelli. Aspetti che parli a te. Il suo
silenzio è una lezione. La sua occhiata è una correzione. La
gerarchia non serve a umiliare i nuovi. Serve a proteggerli. A dare
loro un muro contro cui crescere. Tu, kohai (novizio),
sei l'anello più debole. E per questo, la catena si rinforza intorno
a te. Il tuo compito? Osservare. Assorbire. E pulire. Pulire il
tatami, pulire la tua arroganza, pulire la tua paura.
L'Etichetta.
Non
è formalismi. È igiene mentale.
Il dogi pulito, rattoppato ma dignitoso. È il rispetto per il luogo e per chi ci suda con te.
Il silenzio quando qualcuno dimostra una tecnica. È il rispetto per la conoscenza che sta passando.
Il non voltare mai le spalle al Kamiza. È il rispetto per la fonte.
Il non uscire dal tatami senza permesso. È il rispetto per il confine sacro dell'allenamento.
Il "Onegaishimasu" (per favore insegnami) e l'"Arigatou gozaimashita" (grazie per l'insegnamento). Non sono frasi di circostanza. Sono la verbalizzazione del contratto: "Io mi offro vuoto, tu mi riempi. E ne sono grato."
La cura per l'attrezzatura, per il dojo stesso. È il riconoscimento che quello spazio non ti appartiene. Tu sei solo di passaggio. Lo tratti meglio di casa tua.
Infrange una di queste regole, e non riceverai una ramanzina. Riceverai il peso del silenzio disapprovante di tutto il dojo. Uno sguardo dal Sensei che ti congella il sangue. È una correzione più efficace di uno schiaffo.
Perché tutto questo? Perché il
Kyokushin non è uno sport. È un addestramento per la vita. E nella
vita, il caos si combatte con l'ordine interiore. Il Reigi forgia
quell'ordine. Ti insegna a controllare ogni gesto, ogni respiro, ogni
impulso. Ti prepara a restare calmo e rispettoso anche mentre il
mondo intorno a te cerca di sbranarti.
È la disciplina che
permette alla violenza di non sfociare nel caos. È il silenzio che
rende potente l'urlo. È il piegarsi che ti permette, un giorno, di
restare in piedi quando tutti gli altri sono caduti.
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