lunedì 17 novembre 2025

PERCHÉ I PRATICANTI DI KYOKUSHIN SEMBRANO COSÌ RESISTENTI AI COLPI? IL SEGRETO NON È L’INVULNERABILITÀ



C'è una scena che chiunque abbia visto un allenamento serio di Kyokushin riconosce immediatamente.

Due praticanti si affrontano.

Niente grande teatralità. Niente movimenti inutili.

Parte il colpo.

Poi un altro.

E un altro ancora.

Calci alle gambe, pugni al tronco, ginocchiate, pressione continua.

Uno dei due incassa, arretra appena, riprende posizione e continua.

Per chi osserva dall'esterno può sembrare quasi impossibile. La domanda nasce spontanea: come fanno questi praticanti a sopportare colpi che farebbero piegare una persona comune?

La risposta più semplice sarebbe dire che hanno un corpo “indurito”.

Ma non è realmente così.

Un praticante di Kyokushin non diventa immune ai colpi.

Diventa, piuttosto, molto più abituato a gestirli.

E questa differenza è fondamentale.

Il Kyokushin, fondato da Masutatsu Oyama, si sviluppò come una forma di karate caratterizzata da un'enfasi particolarmente forte sul combattimento a contatto pieno. Rispetto ai sistemi nei quali il combattimento viene interrotto rapidamente dopo un colpo valido, il kumite Kyokushin tradizionale permette ai combattenti di lavorare sotto una pressione fisica molto maggiore.

Le regole delle competizioni moderne possono variare secondo organizzazione e regolamento, ma generalmente i pugni diretti al volto sono vietati nel kumite agonistico, mentre sono consentiti colpi potenti al corpo e calci alla testa.

Questa caratteristica produce un effetto importante sull'allenamento.

Il praticante non impara soltanto a colpire.

Impara a essere colpito senza perdere immediatamente la propria struttura mentale e fisica.

È una capacità completamente diversa dall'essere invulnerabili.

Quando una persona senza esperienza viene colpita improvvisamente, il problema non è necessariamente il dolore in sé.

È la sorpresa.

Il corpo non sa cosa aspettarsi.

La respirazione cambia.

La muscolatura si irrigidisce.

L'attenzione si restringe.

La persona può arretrare senza controllo oppure perdere completamente la capacità di reagire razionalmente.

Un praticante abituato al contatto ha invece già sperimentato migliaia di volte quella sensazione.

Sa cosa significa sentire un colpo arrivare.

Sa cosa significa perdere il fiato per un impatto al tronco.

Sa cosa significa avere le gambe affaticate e dover continuare a muoversi.

Sa cosa significa essere sotto pressione mentre l'avversario continua ad avanzare.

Questa familiarità è uno dei grandi vantaggi dell'allenamento.

Il cervello non deve più interpretare ogni impatto come qualcosa di completamente nuovo.

Il colpo fa male?

Certamente.

Ma il praticante ha imparato che il dolore non significa automaticamente che il combattimento sia finito.

È questa probabilmente una delle differenze più importanti tra chi ha esperienza nel combattimento e chi non ne ha.

Poi c'è il condizionamento fisico.

Il Kyokushin tradizionale utilizza diverse forme di preparazione del corpo, che possono comprendere esercizi di forza, lavoro al sacco, colpitori, esercizi specifici per il tronco e allenamento progressivo al contatto.

Il termine hojo undo indica più precisamente gli esercizi supplementari di condizionamento e preparazione fisica presenti nella tradizione del karate, ma non deve essere trasformato nella leggenda secondo cui i praticanti passerebbero anni a procurarsi deliberatamente microfratture per trasformare le ossa in qualcosa di simile all'acciaio.

Questa è una semplificazione fuorviante.

L'osso è un tessuto vivo e si adatta ai carichi meccanici, ma provocare intenzionalmente fratture non è una scorciatoia sicura per ottenere ossa più resistenti.

Il condizionamento serio è progressivo.

Il corpo viene sottoposto a carichi che aumentano nel tempo e impara a tollerarli.

Anche la muscolatura del tronco ha un ruolo importante.

Quando arriva un colpo al corpo, un atleta ben allenato può mantenere una maggiore stabilità del busto, controllare meglio la respirazione e utilizzare la muscolatura addominale e del tronco per mantenere la struttura.

Non significa che gli organi interni diventino immuni.

Significa che il corpo è preparato a gestire meglio la situazione.

Ed è qui che entra in gioco una componente che spesso viene completamente dimenticata: la tecnica.

Una persona inesperta può ricevere un colpo mentre è completamente rilassata, fuori equilibrio e con il corpo nella posizione peggiore possibile.

Un atleta allenato, invece, sviluppa postura, equilibrio, controllo della distanza e capacità di muoversi sotto pressione.

Anche il modo in cui si respira può fare una differenza enorme.

Durante un combattimento intenso, trattenere continuamente il respiro porta rapidamente alla fatica.

L'allenamento insegna invece a coordinare movimento, tensione e respirazione.

Quando arriva un colpo al tronco, una corretta gestione della muscolatura e della respirazione può aiutare a mantenere il controllo.

Ma anche qui bisogna evitare il mito del “colpo che non senti”.

Il colpo si sente.

Eccome.

Un atleta esperto non necessariamente soffre meno in termini assoluti.

È semplicemente più capace di funzionare mentre soffre.

Questa distinzione è fondamentale.

Il dolore è un segnale biologico. Non è qualcosa che il karateka può semplicemente spegnere come un interruttore.

L'allenamento può modificare la risposta psicologica al dolore, aumentare la tolleranza allo sforzo e rendere meno destabilizzante una sensazione già conosciuta.

Ma non elimina i limiti del corpo.

E infatti anche i combattenti di Kyokushin si fanno male.

Costole contuse.

Lividi.

Distorsioni.

Lesioni muscolari.

Traumi alle gambe.

Infortuni alle articolazioni.

Conseguenze di allenamenti e combattimenti ripetuti.

Il fatto che un atleta continui a combattere non significa che il suo corpo non stia subendo danni.

Significa che ha imparato a distinguere, entro certi limiti, tra disagio, fatica e situazioni che richiedono di fermarsi.

C'è poi un altro elemento particolarmente importante: il combattimento sotto pressione.

Fare un esercizio al sacco è una cosa.

Ricevere un colpo da un avversario che sta cercando attivamente di colpirti è completamente diverso.

Il corpo deve muoversi.

La mente deve decidere.

La distanza cambia continuamente.

La fatica aumenta.

L'avversario non collabora.

Il colpo può arrivare da un'angolazione diversa da quella prevista.

Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere il kumite uno strumento di adattamento straordinariamente efficace.

Dopo centinaia di sessioni, alcune sensazioni diventano familiari.

Il rumore del respiro.

La pressione dell'avversario.

Il contatto.

La fatica nelle gambe.

Il bruciore muscolare.

La necessità di continuare a pensare mentre il corpo è stanco.

Il principiante può interpretare tutto questo come caos.

L'esperto riconosce uno schema.

Questo non significa che un karateka Kyokushin sarebbe automaticamente superiore in una rissa di strada.

Anzi, questa è un'altra leggenda da evitare.

Il dojo e la strada non sono la stessa cosa.

In una competizione esistono regole, arbitri, superficie conosciuta, durata definita e avversari preparati secondo uno specifico regolamento.

La strada può significare asfalto, cemento, oggetti, più persone, possibilità di cadere, armi, sorpresa e conseguenze legali.

Un combattente esperto può avere vantaggi importanti nella gestione dello stress e del contatto, ma nessun allenamento garantisce un risultato.

E soprattutto, la capacità di incassare colpi non dovrebbe mai diventare una scusa per cercare di riceverne.

Il vero valore del condizionamento non è trasformare una persona in un sacco da boxe umano.

È permetterle di mantenere la lucidità quando il corpo è sottoposto a stress.

È questo che rende impressionante un combattente Kyokushin.

Non il fatto che “non senta i colpi”.

Li sente.

Non il fatto che abbia ossa indistruttibili.

Non le ha.

Non il fatto che sia immune alla paura.

Non lo è.

La differenza è che, attraverso anni di allenamento, il praticante ha progressivamente trasformato una situazione che per una persona inesperta può essere completamente sconvolgente in qualcosa che il suo sistema nervoso ha già imparato a riconoscere.

Il colpo arriva.

Il corpo reagisce.

La mente non va necessariamente in pezzi.

La respirazione continua.

La posizione viene recuperata.

Il combattimento prosegue.

Ed è probabilmente questa la vera “durezza” del Kyokushin.

Non una presunta invulnerabilità.

È la capacità di rimanere funzionali sotto pressione.

Perché alla fine il karateka più resistente non è quello che riesce a prendere più colpi.

È quello che ha imparato a non perdere la testa quando un colpo arriva.



Cesio Endrizzi


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