Febbraio 1964.
Bangkok.
Tre karateka giapponesi entrano nel leggendario Lumpinee Stadium con una missione che, vista oggi, sembra quasi folle: affrontare i combattenti thailandesi nel loro territorio, davanti al loro pubblico, usando un regolamento che permette pugni, calci, ginocchia, gomitate e clinch.
Non sono lì per dimostrare la bellezza dei kata.
Non sono lì per rompere tavole.
Non sono lì per raccontare quanto sia potente il karate.
Sono lì per scoprirlo.
E quella sera succede qualcosa di molto più importante di un semplice risultato sportivo.
Il karate giapponese incontra la Muay Thai.
E dalla collisione tra i due sistemi nascerà, direttamente o indirettamente, una parte della moderna kickboxing.
Ma c'è un dettaglio ancora più interessante.
Uno dei tre giapponesi perde.
E sarà proprio lui a imparare la lezione più importante.
Il suo nome è Kenji Kurosaki.
All'inizio degli anni Sessanta il karate giapponese stava attraversando una fase di trasformazione.
Da una parte c'erano le competizioni a punti, tecnicamente raffinate ma spesso lontane dal combattimento a contatto pieno.
Dall'altra c'era Masutatsu Oyama.
Oyama aveva costruito nel suo dojo una filosofia molto più brutale.
Il combattimento doveva essere combattimento.
I suoi praticanti si allenavano attraverso il kumite duro, condizionavano il corpo ai colpi e cercavano di sviluppare tecniche capaci di funzionare contro un avversario che non collaborava.
Era il terreno da cui sarebbe nato il Kyokushin.
Ma la Muay Thai era un'altra cosa.
I thailandesi combattevano professionalmente da generazioni.
Calci circolari.
Low kick.
Ginocchia.
Gomitate.
Clinch.
Boxe.
Anni di combattimenti veri contro avversari veri.
Per un karateka giapponese era un ambiente completamente diverso.
E proprio per questo la sfida era interessante.
La storia non comincia realmente nel 1964.
Già alla fine degli anni Cinquanta alcuni giapponesi avevano iniziato a guardare con interesse alla Muay Thai.
Uno di loro era Tatsuo Yamada, che immaginava un karate combattuto a contatto pieno.
Un altro era Osamu Noguchi, promoter e organizzatore che aveva intuito le enormi possibilità spettacolari della boxe thailandese.
La Muay Thai aveva qualcosa che mancava a molte competizioni di karate dell'epoca: il combattimento continuava anche dopo che la tecnica era arrivata a bersaglio.
Non bastava toccare.
Bisognava reggere.
Bisognava continuare.
Bisognava dimostrare di essere capaci di combattere sotto pressione.
Noguchi comprese che dall'incontro tra karate e Muay Thai poteva nascere qualcosa di nuovo.
E la prima cosa da fare era vedere cosa sarebbe successo quando i due sistemi si fossero incontrati davvero.
La squadra giapponese arrivò in Thailandia con tre uomini:
Tadashi Nakamura.
Akio Fujihira.
Kenji Kurosaki.
Nakamura e Fujihira erano giovani combattenti del dojo Oyama.
Kurosaki era invece un istruttore senior.
Ed è proprio qui che la storia diventa interessante.
Kurosaki non era partito necessariamente con l'idea di combattere.
Era lì anche come figura di riferimento per i più giovani.
Ma quando la squadra si trovò senza un terzo combattente, Kurosaki accettò di salire sul ring.
Un istruttore.
Un uomo esperto.
E davanti a lui un combattente thailandese abituato a combattere proprio quel tipo di battaglia.
Il Lumpinee non era il dojo Oyama.
Quella volta non bastava conoscere bene il karate.
Bisognava capire la Muay Thai.
E farlo mentre qualcuno cercava di colpirti.
Il primo giapponese a salire sul ring fu Tadashi Nakamura.
La strategia era semplice.
Non lasciare al thailandese il tempo di imporre il proprio ritmo.
Entrare.
Colpire.
Pressare.
Nakamura portò sul ring l'aggressività del karate di Oyama e cercò di trasformare la velocità degli ingressi del karate in un'arma contro il combattente thailandese.
Il risultato fu quello che il contingente giapponese sperava.
Nakamura vinse per KO.
Il karate aveva conquistato il primo punto.
Uno a zero.
Ma il combattimento più importante della serata doveva ancora arrivare.
Poi salì sul ring Kenji Kurosaki.
Il suo avversario era Rawi Dechachai.
E Kurosaki scoprì rapidamente che la Muay Thai aveva una risposta praticamente a ogni situazione nella quale il karate giapponese dell'epoca non era ancora completamente preparato.
Kurosaki provò a utilizzare il proprio bagaglio tecnico.
Calci catturati.
Proiezioni.
Entrate.
Controlli.
Ma il combattimento thailandese aveva una caratteristica terribile per chi non lo conosceva abbastanza:
il clinch.
A distanza ravvicinata la situazione cambiava completamente.
Ginocchia.
Controllo della testa.
Equilibrio.
Gomitate.
Kurosaki continuò a combattere.
Ma fu proprio il gomito a diventare il problema.
Le gomitate di Rawi provocarono ferite al volto dell'istruttore giapponese.
Il sangue cominciò a scendere.
La vista peggiorò.
E il combattimento diventò sempre più difficile.
Alla fine Kurosaki perse.
Il karate era ora sull'uno a uno.
Ma la vera conseguenza di quella sconfitta sarebbe arrivata molto tempo dopo.
Tutto dipendeva da Akio Fujihira.
Il giovane karateka aveva appena visto il proprio istruttore perdere.
Aveva visto cosa potevano fare le gomitate.
Aveva visto quanto fosse pericoloso lasciare al thailandese il controllo del clinch.
E aveva capito una cosa fondamentale: non poteva semplicemente combattere come se fosse in un torneo di karate.
Fujihira impose pressione.
Avanzò.
Colpì.
Continuò a spingere il combattimento nella direzione che voleva lui.
Alla fine riuscì a mettere KO il proprio avversario.
Due vittorie a una.
La squadra giapponese aveva vinto la sfida.
Ed è qui che spesso la storia viene raccontata male.
Perché dire semplicemente: «Il karate sconfisse la Muay Thai» è una conclusione troppo facile.
Una sfida di tre combattimenti non può stabilire quale sistema sia superiore.
Ma può insegnare qualcosa.
E quella notte insegnò moltissimo ai giapponesi.
Il problema non era che il karate non funzionasse.
Il problema era che non bastava.
I giapponesi avevano incontrato un sistema costruito attorno al combattimento professionistico.
E avevano scoperto alcune lacune.
Il clinch era diverso.
Le gomitate erano diverse.
I low kick erano diversi.
La distanza era diversa.
I guantoni cambiavano il modo di colpire e difendersi.
E soprattutto, il combattimento reale produceva situazioni che non potevano essere completamente simulate attraverso forme ed esercizi tecnici.
La lezione più importante non era: «La Muay Thai è migliore del karate».
Era: «Se vuoi combattere contro un thailandese, devi imparare a combattere come un combattente da ring».
E Kurosaki lo capì forse meglio di tutti.
Kurosaki non tornò in Giappone pensando che il karate fosse inutile.
Fece qualcosa di molto più intelligente.
Studiò la propria sconfitta.
Capì che non doveva cancellare il karate.
Doveva modificarlo.
Il risultato fu una nuova idea di combattimento.
Pugni della boxe.
Calci del karate.
Low kick.
Tecniche della Muay Thai.
Combattimento al ring.
Sparring.
Condizionamento.
Era un sistema ibrido.
Non più semplicemente karate.
Non ancora Muay Thai.
Qualcosa di nuovo.
Kurosaki avrebbe poi lasciato l'organizzazione Kyokushin e fondato la Mejiro Gym a Tokyo.
Lì avrebbe allenato combattenti destinati a lasciare un'impronta enorme nella kickboxing.
Tra questi ci sarebbe stato Toshio Fujiwara.
Fujiwara sarebbe diventato uno dei grandi protagonisti della prima generazione della kickboxing giapponese e, nel 1978, avrebbe conquistato un titolo al Rajadamnern Stadium, diventando il primo straniero a vincere un campionato riconosciuto in quello storico stadio thailandese.
Pensate al paradosso.
Un maestro giapponese era stato sconfitto da un thailandese.
Anni dopo, un suo allievo sarebbe salito sul ring in Thailandia e avrebbe conquistato un titolo.
La sconfitta aveva generato una nuova generazione.
Ma la storia non finisce in Giappone.
Gli insegnamenti sviluppati nella Mejiro Gym avrebbero attraversato i confini.
Negli anni Settanta alcuni combattenti olandesi andarono in Giappone per studiare i sistemi di combattimento più duri.
Tra loro c'era Jan Plas.
Plas portò nei Paesi Bassi il metodo appreso alla Mejiro Gym.
Nacque così la Mejiro Gym Amsterdam.
E la combinazione di:
boxe,
karate,
Muay Thai,
low kick,
pressione continua
e preparazione fisica
divenne una delle basi della famosa kickboxing olandese.
Da quella scuola e dall'ambiente che si sviluppò intorno ad essa sarebbero emersi combattenti come Rob Kaman, Ernesto Hoost, Peter Aerts e Remy Bonjasky.
Una parte della storia che aveva avuto origine a Bangkok stava ormai diventando internazionale.
Nel 1993 Kazuyoshi Ishii fondò il K-1.
L'idea era semplice e rivoluzionaria: mettere sullo stesso ring combattenti provenienti da differenti tradizioni di striking.
Karate.
Kickboxing.
Muay Thai.
E altre discipline.
Il K-1 divenne uno dei più grandi spettacoli di combattimento degli anni Novanta e Duemila.
Naturalmente sarebbe sbagliato dire che il K-1 nacque semplicemente dalla sfida del Lumpinee.
La storia è molto più complessa.
Ma esiste una linea evolutiva affascinante:
Karate → confronto con la Muay Thai → kickboxing giapponese → sviluppo della scuola olandese → grande circuito internazionale di striking.
E dentro questa linea c'è un uomo che ritorna continuamente.
Kenji Kurosaki.
La parte più interessante di questa storia non è il risultato 2-1.
Non è nemmeno stabilire se il karate fosse migliore della Muay Thai.
È quello che Kurosaki fece dopo aver perso.
Avrebbe potuto fare quello che fanno molti maestri.
Dire che l'avversario aveva avuto fortuna.
Dire che le regole erano sbagliate.
Dire che il combattimento non dimostrava nulla.
Dire che il proprio sistema era comunque superiore.
Invece studiò ciò che era successo.
E cambiò.
Questa è una delle caratteristiche fondamentali dell'evoluzione marziale.
Un sistema che non accetta di essere messo alla prova rimane una teoria.
Un sistema che accetta il confronto può cambiare.
Il karate non uscì da quella notte distrutto.
Uscì diverso.
La Muay Thai non fu sconfitta.
Fu studiata.
E dalla loro collisione nacque qualcosa che nessuno dei due sistemi, preso isolatamente, rappresentava completamente.
Alla fine, il tabellone diceva:
Giappone 2 — Thailandia 1.
Ma quel numero racconta soltanto una parte della storia.
Nakamura vinse.
Fujihira vinse.
Kurosaki perse.
E forse fu proprio quella sconfitta a lasciare l'eredità più grande.
Perché Nakamura e Fujihira tornarono in Giappone come vincitori.
Kurosaki tornò come studente.
E continuò a studiare.
Da quella mentalità sarebbe nata una nuova generazione di combattenti, una nuova forma di kickboxing e una linea tecnica che avrebbe viaggiato da Tokyo ad Amsterdam fino ai grandi ring internazionali.
Quindi, quando guardiamo un combattimento di kickboxing moderno, con pugni da boxe, low kick, calci circolari, ginocchiate e combinazioni ad alta intensità, possiamo ricordare che una parte di quella storia affonda le proprie radici in una notte del 1964.
Tre karateka.
Un ring di Bangkok.
Una sfida contro la Muay Thai.
Due vittorie.
Una sconfitta.
E una domanda che vale molto più del risultato:
cosa succede quando un combattente ha il coraggio di imparare dalla propria sconfitta?
Kurosaki trovò la risposta.
Non cercò di dimostrare che il suo sistema era perfetto.
Lo rese migliore.