Quei segni neri, grezzi, che sanguinano ai bordi sul bianco del dogi. Non sono stati scritti con un pennello fine. Sono stati incisi. Con una rabbia controllata. Ogni tratto è un pugno. Ogni virata dell'inchiostro è un calcio circolare che non perdona l'errore. La calligrafia del Kyokushin non cerca bellezza. Cerca verità. La verità di un colpo solo.
Prendi il Kanji centrale, il cuore nero
del cerchio: 極真会
(Kyokushinkai).
Guarda
come è fatto.
Kyoku (極): Il "massimo". L'estremo. Non è un concetto. È un baratro. È l'ultimo gradino della scala, dopo il quale c'è solo il vuoto. È il limite del tuo fiato, del tuo coraggio, della tua sopportazione. È il punto in cui tutto il resto è stato spogliato via. Quel carattere, con la sua spina dorsale dritta e le sue spire aggressive, ti grida: "Spingi fin là. E poi spingi oltre".
Shin (真): La "verità". La "realtà". Non la verità dei libri o delle chiacchiere. La verità dell'osso che si rompe. Del sudore che brucia gli occhi. Del sapore di sangue in bocca dopo un kumite duro. È il nucleo nudo e crudo delle cose. Quello che resta quando crolli a terra e non hai più storie da raccontarti. È il fondo del pozzo. È lì che si trova.
Kai (会): L'"associazione". La "riunione". Ma non di gente comune. È la congregazione dei dannati. Dei sopravvissuti. Dei lupi che hanno scelto la stessa tana. Quel carattere è il nodo. È il legame di sangue non per nascita, ma per scelta. È il muro di spalle che hai alle tue spalle. È il dojo. La tua unica, vera famiglia quando il mondo fuori ti ha dato le spalle.
Insieme, non formano un nome. Formano una condanna a vita. Una sentenza che accetti ogni volta che infili quella giacca: "Ti unisci a una società che cerca la Verità Ultima, spingendo all'Estremo". È un patto scritto con il fango e l'inchiostro.
Poi ci sono gli altri. I nomi delle palestre, dei maestri. Scritti in verticale, come colonne che reggono il peso della tradizione. Sono firme di responsabilità. Quel maestro, quel sensei, ha messo il suo nome sul tuo petto. È la sua reputazione che si gioca ogni volta che combatti. È il suo onore che porti in giro, e che puoi macchiare con una condotta da codardo. Quel carattere è una catena. Una catena di rispetto.
L'inchiostro sbiadisce. Si macchia di sudore, di sangue, di lavaggi. Il bianco del dogi ingiallisce, si strappa. I caratteri si sfaldano ai bordi. È proprio questo il punto. Non devono essere perfetti. Devono essere vissuti. Devono consumarsi insieme a te. Diventare parte della tua storia, delle tue cicatrici. Un kanji sbiadito e rotto su un dogi vecchio di dieci anni vale più di uno nuovo di zecca su una divisa immacolata. Parla di chilometri percorsi, di colpi assorbiti, di sudore versato.
Perché alla fine, quella calligrafia
non è qualcosa che guard i.
È qualcosa
che *s*i.
Ogni volta che ti allacci il dogi,
quei segni neri si stampano a fuoco sulla tua pelle. Ti ricordano chi
sei. O meglio, chi hai giurato di diventare.
Un animale che cerca la verità
estrema.
Fino all'ultimo respiro.
Fino all'ultima goccia
d'inchiostro nero che si confonde col tuo sudore.