Non è un logo. Non è uno stemma da ricamare sul petto e sentirsi forti. È una feritoia. L'unico squarcio che ti concedi in una vita fatta di limiti, di muri, di asfalto sotto i piedi.
Guardalo. Quell'anello doppio. Non rappresenta l'universo. Rappresenta i tuoi polsi. Le tue ossa. L'anello esterno è la carne, il confine del tuo corpo. Quello interno è il vuoto che crei quando unisci le mani. Quel vuoto è tutto. È il buco attraverso cui filtra la luce.
La sua origine? Un kata. Il Kanku-dai. "Guardare il cielo". Non è poesia. È un'istruzione da sopravvivenza. È il gesto primordiale di chi, dopo essere stato sbattuto a terra, con la bocca piena di polvere, alza lo sguardo. Cerca una stella, un punto di riferimento, un motivo per rialzarsi. E lo fa attraverso il telaio delle sue stesse mani. Perché il mondo, visto da quel tunnel di pelle e nocche, si focalizza. Il rumore si attutisce. La paura si incanala. Quel che vedi è il tuo obiettivo. Nudo e crudo.
Le dita che si toccano? Non è unione pacifica. È un triangolo di forza. È l'ultimo baluardo prima del crollo. È la struttura che trattiene il peso del cielo quando senti che sta per caderti addosso. Le punte che divergono verso l'alto e il basso? Quelle sono le direzioni della tua lotta. L'alto: l'aspirazione, il bersaglio lontano, il colpo finale. Il basso: le radici, lo stomaco, la forza bruta che sale dalla terra. Tu sei il ponte tra quelle due forze. Sei il nodo dove si annodano.
Nel combattimento, il Kanku non lo disegni. Lo vivi. È la guardia iniziale del kata: le mani che si alzano a incorniciare il volto dell'avversario. In quel gesto, non stai salutando. Stai misurando. Stai definendo lo spazio della battaglia. Stai dicendo: "Tu sei lì. Io sono qui. E tra noi, c'è solo questo vuoto che sta per riempirsi di ossa rotte".
Ma il significato più profondo è quello che ti porti addosso quando esci dal dojo. È la capacità di trovare un punto di luce anche nel buio più pesto. Di alzare le tue mani, sporche e segnate, e usarle non solo per colpire, ma per inquadrare un obiettivo. Per ritagliare un pezzo di speranza dal caos. Per ricordarti che, per quanto stretta sia la via, sopra di te c'è sempre un varco. Devi solo saperlo guardare attraverso il cannocchiale della tua stessa determinazione.
Il Kanku è il promemoria tatuato nell'aria: la via non è fuori. Passa attraverso di te. Il cielo che cerchi è già incorniciato dalle tue stesse mani. Sta a te riempire quel vuoto con la tua lotta, il tuo sudore, la tua storia. È il buco nel cielo attraverso cui ti guadagni il tuo posto tra le stelle. A colpi di gomito.