Proviamo a metterla in termini che nessun istruttore di arti marziali, nessun guru dello spirito guerriero, nessun sergente di ferro vi racconterà mai. Il coraggio non è un muscolo che si allena. È un rubinetto che prima o poi si chiude. Da solo. Senza chiedere il permesso. E nel Kyokushin, dove il dolore è la moneta di scambio e il silenzio la risposta obbligata a ogni colpo che ti spezza il respiro, la linea tra l'andare avanti per scelta e il continuare perché non sai come smettere è così sottile che la maggior parte della gente la attraversa senza nemmeno accorgersene. Una mattina ti svegli e scopri che quello che chiamavi coraggio era solo paura di sembrare debole. Che quella Botta che hai incassato in torneo non ti ha reso più forte: ti ha solo insegnato a dissociarti. E che il tuo istinto di sopravvivenza, quello vero, quello che vuole tenerti in vita e integro, è stato zittito per anni da una cultura che confonde la resilienza con l'autolesionismo.
Il coraggio, nel Kyokushin tradizionale, ha un volto nobile. È il principiante che sale sul tatami per il primo kumite contro un avversario che gli sta sopra di venti chili. È l'atleta che continua a combattere con le costole incrinate perché la squadra conta su di lui. È l'allenamento del sabato mattina quando fuori piove e il dojo è freddo e nessuno ti vede se non ti presenti. Tutto bello, tutto epico, tutto da manuale del giovane guerriero. Peccato che il corpo umano non abbia letto il manuale. Il corpo umano conosce solo una legge: sopravvivere. E quando il dolore supera una certa soglia, quando la fatica diventa debilitazione, quando la pressione psicologica annienta la capacità di pensare, il cervello prende il sopravvento. Non chiede il permesso. Non aspetta che l'istruttore annunci una pausa. Semplicemente, spegne l'interruttore.
E qui casca l'asino. Perché nel Kyokushin – quello delle 1000 ossa rotte, dei combattimenti a petto nudo, dei calci alla testa senza guantoni – arrendersi è un taboo. Non è ammesso. O meglio, è ammesso solo dopo che hai dimostrato di aver dato tutto, e quel "tutto" è definito da altri, non da te. Così l'istinto di sopravvivenza, quella vocina che ti sussurra "basta, ritirati, domani puoi combattere", viene sistematicamente ignorato, deriso, represso. "Non mollare", urla il pubblico. "Stringi i denti", comanda l'angolo. "Vai avanti ti prego", pensa la ragazza che ti aspetta a casa e che non sa che stai combattendo con una commozione cerebrale. E tu vai avanti. Non perché sei coraggioso. Perché non sai come fermarti senza perdere la faccia. E questo, attenzione, non è più coraggio. È sottomissione. È autodistruzione travestita da virtù.
C'è una frase che circola nei dojo più duri: "Il Kyokushin è per pochi". Come a dire che chi non ce la fa è un debole, un mollaccione, uno che non ha lo spirito. Una stronzata, per dirla chiaro. Il Kyokushin, come ogni disciplina estrema, seleziona non i più forti ma i più resistenti alla sofferenza – e non è la stessa cosa. Ci sono atleti che incassano colpi da far piangere un toro e continuano a sorridere, ma nella vita reale sono emotivamente paralizzati, incapaci di chiedere aiuto, terrorizzati all'idea di mostrare vulnerabilità. Il loro "coraggio" sul tatami è solo una maschera. E dietro la maschera, l'istinto di sopravvivenza è stato sepolto così a fondo che non sanno più riconoscerlo. Quando arriva il momento di dire "basta", non ci riescono. Non perché siano forti, ma perché sono rotti.
La svolta, per chi pratica Kyokushin a livello serio, è imparare a distinguere tra il dolore che costruisce e il dolore che distrugge. Il primo è quello muscolare, quello della resistenza cardiovascolare, quello delle gambe che tremano ma ancora ti reggono. Il secondo è quello che altera la coscienza, quello che fa suonare un campanello d'allarme nel profondo del cervello, quello che ti dice: fermati o paghi per sempre. L'istinto di sopravvivenza non è un nemico. Non è una debolezza. È l'unica cosa che ti separa da un infarto in allenamento, da una lesione cerebrale in torneo, da una carriera finita a vent'anni. Eppure, nel Kyokushin più ortodosso, ascoltare quell'istinto viene considerato un tradimento. Un'eresia. La resa del guerriero.
Ma siamo onesti: quanti dei grandi campioni – quelli veri, quelli che hanno vinto campionati del mondo – hanno smesso la carriera con il corpo distrutto? Quanti hanno ginocchia rifatte, spalle lussate permanentemente, problemi neurologici che non guariranno mai? E quanti di loro, oggi, consiglierebbero a un giovane di seguire la loro stessa strada senza un attimo di esitazione? La risposta, lo sappiamo, è scomoda. Il coraggio esibito sul tatami paga in termini di medaglie e rispetto. Ma il conto, prima o poi, arriva sempre. E lo paga il corpo. Lo paga la testa. Lo pagano le notti insonni e i dolori cronici e la difficoltà a salire le scale a quarant'anni.
L'istinto di sopravvivenza, al contrario, ti tiene fuori dall'ospedale. Ti fa saltare l'allenamento quando hai la febbre. Ti fa alzare la mano in torneo quando il soffio al cervello è più importante della cintura. Ti permette di arrivare a cinquant'anni con le articolazioni ancora funzionanti e la memoria intatta. Non è un istinto da vigliacchi. È un istinto da intelligenti. Peccato che nel mondo delle arti marziali dure e pure, l'intelligenza venga spesso scambiata per paura.
Forse è il momento di smetterla di mitizzare il dolore e di iniziare a rispettare i limiti. Il coraggio vero non consiste nell'ignorare l'istinto di sopravvivenza. Consiste nell'ascoltarlo, e decidere comunque – a volte – di andare oltre, ma con cognizione di causa, con un piano, con un medico che ti segue, con la consapevolezza che non c'è nulla di eroico nel rovinarsi la vita per un trofeo o per l'orgoglio di un istruttore che non porterà mai le tue cicatrici. Il coraggio è una scelta. L'istinto di sopravvivenza è un dato di fatto. E negare il dato di fatto in nome della scelta non è forza: è stupidità. Quella che, nel Kyokushin come nella vita, non ha mai insegnato niente a nessuno, se non a fare a pezzi chi ancora non sapeva che si poteva dire basta.
Cesio Endrizzi
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