Il dolore è il maestro silenzioso del Kyokushin, ma come tutti i maestri severi, a volte non sa quando smettere di picchiare. Nel karate fondato dal leggendario Masutatsu Oyama, il dolore non è un effetto collaterale: è il curricolo stesso. Ogni colpo incassato, ogni muscolo stirato, ogni costola incrinata durante un kumite senza protezioni insegna qualcosa che le parole non potranno mai trasmettere. Si impara a restare in piedi quando il corpo vorrebbe cadere. Si impara a respirare quando il diaframma è in fiamme. Si impara che la paura è solo un'opinione, e che si può decidere di ignorarla. In questo senso, il dolore è educativo – anzi, è l'educazione più autentica che il Kyokushin possa offrire.
Ma c'è un confine, sottile come una lama, oltre il quale l'educazione diventa distruzione. E quel confine non è segnato sull'acqua: è segnato nella carne di chi si allena, nella psicologia di chi viene spezzato invece che temprato. Oyama stesso, che rompeva corna di toro a mani nude e lottava contro tori vivi, aveva una visione quasi mistica della sofferenza. Per lui, il dolore era il fuoco in cui l'acciaio del guerriero veniva forgiato. Senza dolore, niente crescita. Senza sofferenza, niente umiltà. Senza la paura di essere colpiti, niente capacità di colpire. Ma Oyama era un gigante – fisico e mentale – e ciò che funzionava per lui non necessariamente funziona per un ragazzo di diciassette anni che entra per la prima volta in un dojo e scopre che il senpai lo prende a calci nelle gambe finché non cade.
Il problema, nel Kyokushin tradizionale, è che il confine educativo è spesso lasciato all'arbitrio del maestro. Non ci sono parametri oggettivi per misurare quanto dolore sia "giusto". Alcuni insegnanti sanno dosare la sofferenza, alternando momenti di durezza estrema a momenti di cura quasi paterna. Altri, invece, confondono la brutalità con la disciplina, e trasformano il dojo in una camera di tortura dove l'umiliazione viene spacciata per insegnamento. E lì, in quel terreno di nessuno, nasce la distruzione. Non quella fisica – anche se le fratture e i traumi cranici non sono rari – ma quella psicologica, più insidiosa e duratura. Ragazzi che sviluppano disturbi alimentari per mantenere il peso nella categoria sbagliata. Atleti che continuano ad allenarsi su legamenti lesionati perché "Kyokushin significa sopportare". Uomini che interiorizzano l'abuso come normale, e poi lo replicano sui propri allievi. È il lato oscuro del "duro" che diventa "crudele" senza che nessuno osi chiamarlo per nome.
Eppure, sarebbe sbagliato gettare il bambino con l'acqua sporca. Il Kyokushin, quando è insegnato da maestri consapevoli e non da sadici in uniforme, ha qualcosa di profondamente educativo nel suo rapporto con il dolore. Insegna cosa significa avere un corpo – non un oggetto da palestra, un mezzo per sollevare pesi, ma una dimora fragile e potente insieme. Insegna che il limite non è mai dove credi: puoi sempre fare un passo in più, stringere i denti ancora un secondo, alzarti una volta ancora dopo essere caduto. Insegna che la vera forza non è non provare dolore, ma provarlo e non fermarsi lo stesso. Lezioni che, una volta imparate sul tatami, si portano ovunque: nel lavoro, nelle relazioni, nei momenti di difficoltà della vita. Per questo tanti ex praticanti, anche dopo anni di stop, parlano del Kyokushin come di un'esperienza che li ha cambiati per sempre. In meglio.
La differenza, alla fine, sta nell'intenzione. Se il maestro infligge dolore per spezzare l'allievo, per mostrare la propria superiorità, per alimentare il proprio ego – quella è distruzione, non educazione. Se invece il dolore è dosato, spiegato, contestualizzato e accompagnato da un supporto tecnico ed emotivo adeguato, allora diventa uno strumento di crescita. Sembra semplice, ma non lo è. Perché il confine tra l'una e l'altra cosa è labile, e spesso chi sta dall'altra parte della cinghia nera non ha né la formazione né l'autoconsapevolezza per distinguerlo.
Il Kyokushin, d'altronde, non è uno sport. È una via. E come tutte le vie, è disseminata di cadute, lividi, cicatrici. Ci sta. Ma una via che fa del dolore il proprio idolo finisce per adorare un demone. E i demoni, si sa, non insegnano: divorano.
Cesio Endrizzi
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