martedì 30 settembre 2025

La Via è una Cicatrice.

 


Non è una filosofia. È una ferita che non rimargina. Una promessa fatta all'osso quando tutto il resto ha smesso di crederci. Il Budō non è un manuale. È il muscolo che si ricorda, anche a distanza di anni, come si fa a rialzarsi.

La "Via" non è un sentiero nel bosco. È la striscia di catrame dietro il supermercato, all'una di notte, quando hai solo due scelte: piegarti o combattere. Il Budō è ciò che scegli quando nessuno ti guarda. È l'onestà che ti porti quando potresti fregare. È il controllo che eserciti sul mostro dentro, quando avresti tutte le ragioni per liberarlo. È la guardia che non abbassi mai, nemmeno a tavola. Nemmeno davanti allo specchio.

Il guerriero moderno non brandisce una spada. Impugna la sveglia alle 5:00 mentre il mondo dorme. È la disciplina del sudore solitario. È il rifiuto della mediocrità, del grasso sull'anima. È la decisione di essere affilato, in un mondo che premia il morbido.

Il suo dojo è ovunque. L'ufficio è un campo di kumite: le parole possono essere calci, le insidie parate con prontezza. La strada è un esercizio di percezione: sentire le tensioni, gli sguardi, l'energia che cambia. La casa diventa il luogo dove alleni la pazienza, il rispetto, il controllo. Il vero avversario non indossa un dogi. Indossa le tue stesse insicurezze, le tue paure, la tua gola che chiede di arrendersi. Il Budō è combattere quel nemico ogni singolo giorno.

Non c'è gloria. Nessuno ti darà una medaglia per non aver alzato le mani. Nessuno ti applaudirà per essere stato integro. Il premio è più sottile, più prezioso: è lo sguardo che non devi abbassare. È il sonno che non viene interrotto dai rimorsi. È la forza tranquilla di chi sa di poter sopportare, perché si è allenato a sopportare l'insopportabile.

La "Via" è brutale. Ti chiede tutto. Sempre. Non è illuminazione. È lotta costante. È alzarsi dopo una sconfitta finanziaria, dopo un amore finito, dopo un tradimento, con lo stesso spirito con cui ti rialzavi dal tatami dopo un kime allo stomaco. Uno, due, tre. Fino a quando non rimani in piedi.

Il Budō non è una fuga dalla vita moderna. È l'arma per attraversarla a testa alta, senza farti corrompere. È la spina dorsale che non si piega quando tutti si inchinano. È l'arte di vivere come si combatte: con coraggio, con rispetto, con la lucidità glaciale di chi sa che ogni istante è un incontro, e che in ogni incontro c'è solo una cosa da fare.

Essere pronti. Essere interi. Essere, semplicemente, incrollabili.

La Via non si racconta. Si mostra. Nelle tue cicatrici. Nella tua postura. Nel silenzio che emani. È la ferita che diventa forza. L'allenamento che non finisce mai. La lotta più grande: vivere, senza tradire il guerriero che hai deciso di essere.


lunedì 29 settembre 2025

L'Osso che Regge il Cielo

 


Non cercare sutra. Non cercare versi antichi incisi su pietra. Non ne troverai. Qui l'insegnamento non si discute. Si incarna. A colpi. Fino a quando le ginocchia non cedono sul linoleum sudato e il tuo dogi non è una seconda pelle, zuppa di fatica e di umiltà.

Confucio nelle nostre palestre non ha volto. Ha la forma di un inchino. Profondo. Fino a che la fronte non sfiora il tatami. Quel gesto non è cortesia. È riconoscimento. Riconosci la linea di sangue che ti precede. Il Vecchio Leone che ha fondato questa giungla di disciplina spietata. Riconosci il compagno che ha accettato di spaccarsi le costole con te. Riconosci te stesso, arrivato lì, vuoto e pronto a essere riempito di dolore e di gloria. L'ordine nasce da quel piegarsi. Dal sapere il tuo posto. Tu sei l'ultimo anello. L'osso più giovane. Il tuo dovere è sostenere la catena. Sostenerla combattendo. Sostenerla perdendo. Sostenerla rialzandoti.

La sua "benevolenza"? Non è una carezza. È il pugno del Sensei che ti regge la guardia quando stai per crollare. È la sua voce che ti sputa addosso la verità, cruda, per impedirti di diventare debole. Per lui, lasciarti indietro sarebbe la vera crudeltà. La disciplina è la forma suprema di rispetto. Per la scuola. Per l'arte. Per la fiamma che ti è stata affidata e che non devi lasciare spegnere, nemmeno se ti sanguinano le nocche.

Il "rito" non è una cerimonia. È la ripetizione. È il kihon. Lo stesso pugno. Mille volte. Diecimila. Fino a quando il movimento non è più tuo. È della linea. Fino a quando l'ideogramma della perseveranza non ti brucia nel muscolo. Il rito è il saluto all'inizio e alla fine, quando l'ego è stato spolpato dall'allenamento e quel che resta è solo un corpo obbediente alla tradizione. È la forma che contiene la furia. È il cannone di ghisa che incanala l'esplosione.

La "rettitudine" qui non si declama. Si dimostra nell'angolo, al decimo kumite di fila, quando il tuo avversario è sfinito e tu potresti finirlo con un colpo basso, un trucco. Ma non lo fai. Perché l'onore non è una parola. È la traiettoria pulita del tuo calcio circolare. È guardarlo negli occhi prima di colpire. È prendere un colpo senza voltare la faccia. La rettitudine è l'ossatura morale che tiene in piedi il tuo spirito quando il corpo implora pietà.

L'armonia? Non è pace. È l'equilibrio perfetto tra forza e controllo. Tra l'istinto animale di distruggere e la ferrea volontà di non spezzare il tuo fratello di sudore. È il rispetto feroce che lega il predatore e la preda, sapendo che i ruoli possono invertirsi all'istante. L'armonia è il dojo: un microcosmo dove ognuno ha un posto, un ruolo, un dovere. Un caos ordinato dove il più forte guida non perché urla di più, ma perché sopporta di più.

Il Confucianesimo del Kyokushin non si legge. Si sanguina. È la spina dorsale di ferro sotto la carne martoriata. È la catena di montagna di principi non negoziabili su cui pianti la bandiera del tuo carattere. Non ti renderà saggio nei salotti. Ti renderà integro nel caos. Ti insegna che per ergerti, devi prima saperti piegare. E che il rispetto più vero non si ottiene con le parole, ma con la volontà temprata nel fuoco dell'allenamento, capace di sostenere il cielo del dojo e di chi ci combatte dentro. È l'osso che regge il cielo.




domenica 28 settembre 2025

Osso Contro Acciaio

 


La parata.

Non è un gesto di difesa. È una smentita. Un “non qui, non oggi, figlio di puttana”. Non alzi il braccio per proteggerti. Lo scagli contro il colpo che arriva. Lo fai a pezzi. Lo uccidi prima che tocchi la tua carne.

Per capirla, devi dimenticare tutto. I dojo puliti, le cinture ordinate, le teorie. Pensa al vicolo. L’odore di spazzatura e cemento bagnato. Il lampo di un coltello che non è un fendente da film, è uno schizzo d’argento nella penombra. La tua scelta non è schivare. Non c’è spazio. La scelta è: il suo taglio, o il tuo osso. Tu scegli il tuo osso. Tu scegli di parare rompendogli il polso.

Nel Kyokushin, la parata è questo. Non è uno scudo. È un’ascia. Age Uke? Non alzi il braccio per “bloccare” un calcio alla testa. Affondi il gomito nel suo stinco. Lo fai a pezzi. Lo senti cedere, come un ramo secco. Soto Uke? Non devii un pugno. Spacchi il suo avambraccio con l’insistenza brutale di un piccone. Il suono è ovattato, cupo. È il suono di una leva che spezza.

Il tuo corpo impara prima della tua mente. L’istinto si forgia sotto i colpi. I lividi sono i tuoi primi maestri. Il dolore è l’unico seminario che conta. Impari che “parare” con la punta delle dita è un invito al cimitero. Parare con l’osso. Con l’angolo. Con tutto il peso della tua ossatura, messa lì come un masso sulla traiettoria della sua distruzione.

La tecnica pulita viene dopo. Molto dopo. Prima viene la sopravvivenza. La rabbia animale di non voler essere toccato. La parata perfetta non ferma l’attacco. Lo estingue. Lascia l’avversario con un arto che non obbedisce più, con un dubbio che gli rode le viscere: colpire quest’uomo mi costa troppo.

Ecco il segreto che non scrivono sui manuali: le parate più alte, quelle che proteggono la testa, non partono dalle braccia. Partono dalle palle. Una contrazione di paura e ferro. Un’energia che sale dalle viscere, lungo la colonna, ed esplode nella spalla. È adrenalina fatta geometria. È odio per la vulnerabilità trasformato in muro.

Nell’ultimo round, quando il respiro è vetro nei polmoni e la vista annebbiata di sudore e sangue, non pensi. La parata è lì. È un riflesso scavato a colpi di sacrificio. È l’animale che ha capito dove si uccide e dove si muore.

Allora, quando il suo calcio laterale arriva, come una spranga che oscilla, tu non “parli”. Agisci. Il tuo braccio non si alza. CADE. Come una ghigliottina. Incontra la sua gamba non per fermarla, ma per rivendicare un territorio. Il mio spazio. Il mio corpo. La mia integrità.

Il contatto è secco. Definitivo. Lui zoppicherà per una settimana. Tu avrai un nuovo livido da aggiungere alla collezione. Un altro segno sulla mappa della tua pelle che dice: qui, un predatore ha provato a mordere. E si è rotto i denti.

La parata non è difesa. È la prima, silenziosa, ferocissima dichiarazione di guerra. È dire, senza aprire bocca: “Provaci ancora. Ti spezzo l’altra”.






sabato 27 settembre 2025

Karate Full Contact: Oltre il Dogma, l'Impatto Totale

 


Se il Wing Chun è il bisturi che cerca la giugulare nel buio, il Full Contact Karate è la pressa idraulica che ti schiaccia alla luce del sole. Nato dalla fame di realismo di guerrieri come Joe Lewis, questo sport ha strappato il karate dalle palestre polverose dei "colpi controllati" per scaraventarlo nella brutalità del KO.

In strada o sul ring, qui non si contano i punti: si contano i danni.

Negli anni '70, il karate era diventato un gioco di tocchi. Lewis disse "basta". Voleva il sangue, voleva il contatto pieno. Influenzato dal pugilato occidentale e dalle intuizioni dello stesso Bruce Lee, Lewis creò un ibrido dove il calcio circolare incontra il gancio da KO. È l'evoluzione della specie: l'estetica del Kata che si arrende alla sostanza del dolore.

Le Tre Facce della Distruzione

American Full Contact: La Boxe delle Gambe

Qui la geometria è chiara: guantoni, calzari e colpi solo dalla cintura in su. È una danza atletica di un'intensità asfissiante. Non puoi colpire le gambe, quindi il tuo bersaglio è uno solo: la testa. È un bombardamento continuo di calci rotanti e combinazioni di boxe che puntano a spegnere i circuiti dell'avversario.

Knockdown Karate (Kyokushinkai): Il Massacro a Nocche Nude

Fondata dal leggendario Masutatsu Oyama, questa è la forma più animalesca. Niente guanti. Solo tu, il tuo avversario e il rumore delle nocche che impattano sullo sterno.

  • La Regola del Ferro: Non si colpisce il viso con le mani, ma si può demolire il corpo e le gambe.

  • Low Kicks: Qui l'energia fluisce per distruggere le basi. Un calcio alla coscia (Gedan Mawashi Geri) non è un colpo, è un tentativo di amputazione funzionale. Chi resta in piedi vince; chi crolla è solo un ricordo.

Bogu e Koshiki: L'Armatura del Guerriero

Rappresentato da campioni come Fabio Martella, questo stile usa protezioni pesanti (derivate dal Kendo) non per gentilezza, ma per permettere colpi che altrimenti sarebbero letali. È la ricerca della tecnica pulita portata alla massima potenza senza dover necessariamente uccidere il compagno d'allenamento.

A differenza degli stili "light", il praticante di Full Contact sviluppa una dote che nel Wing Chun da strada è vitale: la capacità di incassare. In un vicolo bagnato, la tua tecnica perfetta fallirà se il primo pugno che ricevi ti manda nel panico. Il Full Contact ti insegna a guardare il colpo che arriva, a sentirlo nelle ossa e a rispondere con una ferocia raddoppiata.

Il Verdetto: Se il Wing Chun è l'uragano cinetico, il Full Contact Karate è l'incudine su cui quell'uragano viene forgiato. Non c'è spazio per le scuse quando il contatto è pieno.



venerdì 26 settembre 2025

Gli 11 motti di Mas Oyama (Zazen)

I 11 motti di Masutatsu Oyama, fondatore del Kyokushin Karate, rappresentano il cuore pulsante della filosofia Zazen applicata alle arti marziali. Non sono semplici regole di condotta, ma una vera e propria bussola spirituale per chiunque cerchi di forgiare il proprio carattere attraverso la disciplina.

Ecco l'analisi dei principi che guidano il praticante nel suo percorso di crescita.

1. La Via delle Arti Marziali inizia e finisce con la cortesia

Nello studio del Karate, l'etichetta (Reigi) è fondamentale. Senza il rispetto verso il maestro, i compagni e l'avversario, la pratica diventa mera violenza. Si deve essere propriamente e genuinamente cortesi in ogni momento.

2. Seguire la Via è come scalare un precipizio

La via marziale richiede una dedizione assoluta, senza sosta. Non ci si può permettere distrazioni o pigrizia; bisogna procedere verso l'alto con una determinazione che non ammette dubbi.

3. Sforzarsi di prendere l'iniziativa in ogni cosa

Nella vita come nel combattimento, non bisogna essere passivi. L'iniziativa non significa aggressione gratuita, ma essere pronti a rispondere e agire preventivamente contro le avversità o i propri difetti.

4. Anche per il praticante, il posto del denaro non può essere ignorato

Oyama era un pragmatico. Riconosceva che, sebbene lo spirito sia prioritario, non si deve essere schiavi del denaro, ma nemmeno ignorarne l'importanza per la stabilità nella vita quotidiana. L'equilibrio è la chiave.

5. La Via Marziale è incentrata sulla postura

Sia nel senso fisico che metaforico. Una postura corretta riflette uno stato mentale solido. La schiena dritta e lo sguardo fiero sono lo specchio di un'anima che non si piega.

6. La Via Marziale inizia dopo mille giorni, si padroneggia dopo diecimila

Questo motto sottolinea l'importanza della pazienza. Non esistono scorciatoie. Solo la ripetizione costante e il sacrificio nel tempo portano alla vera maestria.

7. Nelle Arti Marziali, l'introspezione genera saggezza

Guardarsi dentro è essenziale. Il praticante deve sempre riflettere sulle proprie azioni come un'opportunità di miglioramento. Il vero nemico non è mai esterno, ma risiede nelle proprie debolezze.

8. La Via Marziale è di natura universale

Il Karate non appartiene a una sola nazione o cultura. I principi di forza, giustizia e umanità sono universali e devono essere applicati per il bene comune, oltre ogni confine.

9. La natura delle Arti Marziali è come quella dell'acqua

L'acqua è fluida, si adatta alla forma del contenitore ma può anche frantumare la roccia. Il praticante deve essere flessibile nel pensiero e inarrestabile nell'azione.

10. La Via Marziale risiede nel cuore e non nelle parole

Le chiacchiere non servono a nulla sul tatami. È l'azione, l'esempio e la sincerità del cuore che definiscono un vero karateka, non i discorsi filosofici vuoti.

11. Nelle Arti Marziali, la dedizione porta ricompense spirituali

Il fine ultimo non è il trofeo o la cintura, ma la trasformazione interiore. La fatica fisica è lo strumento per raggiungere una pace spirituale e una consapevolezza superiore.

Nota di riflessione: Ricorda che questi principi, pur essendo nati in un contesto marziale, sono applicabili a qualsiasi sfida professionale o personale. La riservatezza e l'integrità sono i pilastri che sostengono ogni grande impresa.


giovedì 25 settembre 2025

OSU: IL GRIDO DEL GUERRIERO CHE NON SI SPEZZA

Nel Kyokushin, "Osu" non è una parola. È il rumore di una porta che sbatte in faccia alla tua voglia di arrenderti. Se pensi che sia un semplice "ciao" o un banale "sì", sei fuori strada. È un patto di sangue con la fatica.

L'etimologia stessa è un assalto: deriva dalla contrazione delle parole "Oshi" (spingere) e "Shinobu" (resistere/sopportare). Significa letteralmente "spingere se stessi oltre il limite della sopportazione".

Ecco cosa significa davvero quando lo urli nel Dojo:

1. La Pazienza: Mangiare Polvere senza Lamentarsi

La pazienza di cui parla Oyama non è l'attesa passiva del monaco. È la pazienza del fabbro che batte sul ferro rovente. È il "Gaman": la capacità di sopportare l'insopportabile.

  • Significa restare in posizione Kiba-dachi finché le gambe non diventano piombo fuso.

  • Significa accettare che la maestria non arriva oggi, né domani, ma forse tra dieci anni di tormento.

  • È la forza di dire "Osu" quando il tuo istruttore ti ordina un'altra serie di flessioni e i tuoi muscoli stanno gridando pietà.

2. Il Rispetto: Riconoscere il Valore del Nemico

Nel Kyokushin, il rispetto è brutale. Non rispetti il tuo avversario perché è "gentile", lo rispetti perché ti sta prestando il suo corpo per permetterti di diventare più forte.

  • Rispetto significa guardare negli occhi chi ti ha appena colpito al fegato e dire "Osu", ringraziandolo per aver esposto la tua debolezza.

  • È il riconoscimento sacro del sudore altrui. Se non rispetti l'uomo che hai di fronte, il tuo combattimento è solo rissa da strada. Se lo rispetti, è un rito di trasformazione.

3. L'Apprezzamento: La Gratitudine nel Dolore

Questo è il livello più alto e selvaggio. Apprezzare non significa essere felici; significa essere grati per la durezza della vita.

  • Apprezzare l'allenamento significa capire che ogni colpo ricevuto è un mattone che costruisce la tua corazza.

  • È la gratitudine verso il Maestro che ti spinge oltre l'esaurimento, perché sa che è lì, sul fondo del barile, che troverai chi sei veramente.

  • "Osu" è dire grazie alla vita anche quando ti prende a schiaffi, perché è proprio in quegli schiaffi che senti di essere vivo.

La Regola dell'Osu

Pronunciare "Osu" significa fare una promessa: "Non importa quanto pesi il carico, io lo porterò. Non importa quanto faccia male, io spingerò ancora."

È la filosofia del muro contro cui si infrangono le onde. L'onda colpisce, ma il muro resta.


venerdì 23 settembre 2022

IL CODICE DI FERRO: IL DOJO KUN DEL KYOKUSHIN

Il Dojo Kun non è una preghiera. È un giuramento di sangue. Non è stato scritto per essere appeso a una parete e accumulare polvere, ma per essere scolpito nelle ossa di chiunque osi varcare la soglia del Kyokushinkai.

Dopo il suo brutale isolamento in montagna, Masutatsu Oyama sapeva che la forza bruta, senza una direzione, è solo caos. Verso la metà degli anni '50, collaborò con Shihan Eiji Nishioka per distillare l'essenza della sua filosofia in sette precetti.

Mentre Oyama era il braccio armato, l'uomo che abbatteva i tori, Nishioka era colui che sapeva dare forma alla disciplina mentale. Insieme, crearono un codice che doveva fungere da bussola per il guerriero moderno: un uomo capace di una violenza devastante, ma soggiogata a una volontà d'acciaio.

Ancora oggi, alla fine di ogni allenamento, dopo aver sputato l'anima sul tatami, i karateka recitano questi precetti per ricordare che il vero nemico non è l'avversario di fronte a loro, ma la propria debolezza.

I Sette Precetti: L'Anatomia della Volontà

  1. Alleneremo il nostro cuore e il nostro corpo per raggiungere uno spirito fermo e incrollabile.

    • La realtà: La carne è debole. L'unico modo per domarla è sottoporla a uno stress che la spezzi e la ricostruisca. Il corpo è lo strumento, il cuore è il motore.

  2. Seguiremo la vera essenza della via marziale, cosicché i nostri sensi siano pronti al momento opportuno.

    • La realtà: Non allenarti per lo spettacolo. Allenati affinché il tuo istinto omicida sia affilato come un rasoio, pronto a scattare quando il pericolo smette di essere un'ipotesi e diventa carne.

  3. Con forza e vigore, cercheremo di coltivare uno spirito di abnegazione.

    • La realtà: Uccidi l'ego. Se non sai rinunciare ai tuoi comfort, ai tuoi vizi e alla tua pigrizia, non sei un guerriero, sei un turista del dolore.

  4. Osserveremo le regole della cortesia, rispetteremo i nostri superiori e ci asterremo dalla violenza gratuita.

    • La realtà: Solo chi ha il potere di distruggere può davvero permettersi di essere gentile. Il rispetto non è sottomissione, è la catena che impedisce alla bestia interiore di divorare gli innocenti.

  5. Seguiremo i nostri principi religiosi e non dimenticheremo mai la vera virtù dell'umiltà.

    • La realtà: Resta umile o il mondo ti umilierà nel modo più brutale possibile. C'è sempre qualcuno più forte, più veloce o più disperato di te.

  6. Guarderemo in alto verso la saggezza e la forza, non cercando altri desideri.

    • La realtà: Elimina le distrazioni. La gloria, i soldi e la fama sono rumore. L'unica cosa che conta è la ricerca della Verità Ultima attraverso la fatica.

  7. Per tutta la nostra vita, attraverso la disciplina del Karate, cercheremo di compiere la via del Kyokushin.

    • La realtà: Non è un hobby del sabato pomeriggio. È una condanna a vita. Il Karate finisce solo quando smetti di respirare.

Per Oyama, recitare il Dojo Kun con i polmoni che bruciano e i muscoli che tremano era l'unico modo per interiorizzarlo. Le parole non valgono nulla se non sono pagate con il sudore.