Non lo capii allora. Lo capii dopo l’inferno.
Nel mondo del Kyokushin Kaikan, il karate della verità ultima fondato dal leggendario Masutatsu Oyama, i tornei non sono semplici competizioni. Sono riti di passaggio. Sono fuoco, fratture, lacrime trattenute e urla liberatorie. E tra tutti, ce n’è uno che per me, per la mia carne e il mio spirito, rappresenta l’apice assoluto: l’All Japan Weight Tournament (poi divenuto All Japan Open Weight). Ma non per le ragioni che si potrebbero pensare.
Sì, lo so: il mondiale (World Open Karate Tournament) è più grande, più mediatico, pieno di storie epiche come quella di Francisco Filho o di Hajime Kazumi. Ma io non cerco la fama. Cerco l’essenza.
L’All Japan – specialmente nelle edizioni degli anni ’80 e ’90 – era il torneo più spietato, più puro, più vicino alla visione di Oyama. Perché? Te lo spiego, e te lo racconto attraverso la mia storia.
Torniamo al 1995. Dopo anni di allenamenti massacranti – le famose centinaia di makiwara al giorno, le corse scalzi sull’asfalto alle cinque del mattino, i kumite senza protezioni fino allo sfinimento – il mio sensei decise che era ora. Mi iscrisse al torneo regionale di qualificazione per l’All Japan.
Ricordo il primo incontro come fosse ieri. Davanti a me, un karateka di Osaka, due spanne più largo di spalle, con lo sguardo di chi aveva già spezzato le ossa di tre avversari. Alla chiamata dell’arbitro, il mio cuore martellava come un taiko. Poi il gesto iniziale: «Shobu ippon! Hajime!»
Il Kyokushin non prevede colpi al viso con le mani, ma pugni al corpo e calci alla testa sono permessi, anzi, incoraggiati. E lui, il gigante di Osaka, partì subito con un mawashi geri alla tempia. Lo schivai per un millimetro. Sentii il fischio dell’aria.
Nei successivi tre minuti (un tempo che all’epoca sembrava un’eternità), capii cosa significasse combattere in un vero torneo Kyokushin: dolore, fiato corto, paura. Ma anche qualcosa di più. Un brivido di libertà. Dopo un gedan barai (parata bassa) perfetto, piazzai un kizami tsuki al plesso solare che lo fece piegare in due. Poi un ura mawashi (calcio circolare inverso) al fegato.
Cadde. Si rialzò. Lo guardai. Avevo vinto? No. Avevo appena iniziato.
Tre colpi. Tre ragioni per cui l’All Japan Open Weight (anche nella formula a pesi) è il miglior torneo di Kyokushin.
Primo: il formato ad accumulo. A differenza dei tornei moderni dove spesso si combatte una sola volta al giorno, l’All Japan tradizionale prevedeva fino a quattro o cinque incontri nella stessa giornata. Ciò significa che devi non solo vincere, ma preservare energie, gestire infortuni, imparare a recuperare in dieci minuti. Non esiste resistenza più vera.
Secondo: il pubblico giapponese. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Assistere a un All Japan alla Nippon Budokan significa sentire un silenzio irreale prima di ogni colpo, rotto solo dal kiai dei combattenti e dal tappeto che scricchiola sotto i piedi nudi. Nessun coro da stadio, nessuna musica. Solo verità.
Terzo: lo spirito di Oyama. Il fondatore del Kyokushin diceva: «Il karate inizia e finisce con il rispetto». Nei tornei locali e mondiali, a volte l’ego degli atleti prevale. Nell’All Japan, c’è ancora quell’austerità monastica. Ho visto campioni stringersi la mano dopo essersi fratturati le costole a vicenda. Ho visto perdenti inchinarsi più a fondo dei vincitori.
Nel mio secondo anno di qualificazioni (non passai mai la prima fase, per la cronaca), incontrai un certo Sato, tre volte campione regionale di Hokkaido. Un animale. Entrammo sul tatami alle 14:30 di un luglio torrido. L’arena sapeva di antisettico e coraggio.
Sato mi colpì subito con uno shita tsuki (pugno ascendente) al mento. Sentii i denti cigolare. Risposi con un mae geri al petto. Lui lo bloccò con lo stinco. Iniziammo uno scambio furioso di low kick – i famosi gedan mawashi geri che sono il marchio di fabbrica del Kyokushin. Dopo il ventesimo calcio, la mia gamba destra era viola. La sua anche.
A metà del secondo round (l’All Japan aveva due round da due minuti più eventuale extra round), Sato piazzò un kaiten geri rotante al mio naso. Senti un crack secco. Il sangue schizzò sul dogi bianco. L’arbitro fermò l’incontro. Il medico si avvicinò. Potevo ritirarmi.
Ricordo ancora il volto del mio sensei in tribuna. Non sorrideva. Non annuiva. Mi guardava e basta. E io capii. Mi asciugai il sangue con il guanto, guardai l’arbitro e dissi: «Mamoru… continuo».
Persi ai punti. Ma uscii dal tatami a testa alta. E qualcosa dentro di me era cambiato. Non avevo più paura. Non della sconfitta, non del dolore, non del fallimento.
Oggi, a più di trent’anni da quel giorno, posso dirti con certezza che il miglior torneo di Kyokushin non è il più famoso né il più ricco. È quello che ti chiede tutto. Quello che ti spoglia delle tue difese mentali e ti lascia nudo di fronte all’avversario, alla folla silenziosa, a te stesso.
L’All Japan Weight Tournament – nella sua forma classica – è stato questo per me. E per migliaia di karateka come me. Non importa se non vincemmo mai. Importa che ogni volta che uscivamo dal Budokan, eravamo persone diverse da quelle che erano entrate.
C’è un’altra frase di Oyama che recita: «La vera vittoria è su se stessi». Ebbene, l’All Japan è il laboratorio perfetto per conquistare quella vittoria. Perché lì, sotto i riflettori, senza protezioni (o solo con il minimo), senza scuse, senza arbitri compiacenti, sei solo tu, il tuo karate e un’altra anima che vuole esattamente la stessa cosa: scoprire chi sei veramente.
Non voglio sminuire il World Open Karate Tournament, che si tiene ogni quattro anni a Tokyo. Anzi, è spettacolare. Campioni come Kenji Midori, Andy Hug, Nicholas Pettas, Ewerton Teixeira – leggende assolute. E il livello tecnico è più alto. Le protezioni (parastinchi, guanti) hanno ridotto gli infortuni e aumentato la velocità. Ma è proprio questo il punto: il World Open è diventato più sportivo, meno marziale. Più spettacolo, meno ascesi.
Non fraintendermi: lo rispetto. Ma il cuore del Kyokushin batte ancora nel rituale duro, quasi medievale, dell’All Japan degli anni d’oro. Quello dove si combatteva a petto nudo, con le dita delle mani avvolte da garze insanguinate. Quello dove un hiza geri (ginocchiata) al volto poteva chiudere una carriera. Quello dove il vincitore piangeva in spogliatoio, non per la gioia, ma per il dolore trattenuto per ore.
Oggi, se un giovane allievo mi chiede: «Sensei, qual è per te il miglior torneo di Kyokushin?», lo guardo negli occhi e gli rispondo: «Quello che non hai ancora combattuto ma che sai già ti farà male. Quello in cui perderai, ma imparerai più che in dieci vittorie. Quello in cui il tuo avversario diventerà tuo fratello.»
E se vuole un nome, glielo do: All Japan Open Weight Tournament, edizione 1996, Budokan. Perché lì, con il naso rotto e la gamba a pezzi, ho capito che il Kyokushin non è uno sport. È una via. E quel torneo è stato il mio primo vero passo su quella via.
Non serve vincere. Serve entrare sul tatami. E non uscirne mai più, anche dopo che te ne sei andato.
Osù.
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